Storie a schegge

Immersioni

Ti muovi sulla superficie, rifiutando di scendere in profondità. Tra tutti i rischi possibili quello d’affogare è il più facile da evitare. Bracciate circospette, occhiate diffidenti, controllo costante dell’orizzonte, del fondale, di chiunque si avvicini e provi a sfiorarti. E soprattutto, regola fondamentale, soffocare sul nascere qualsiasi folle slancio o curiosità che possa portarti giù, dove il blu si confonde con l’oscurità delle notti invernali e serve la luce di una torcia per scoprirne i colori.
Anche questa rientra tra le discipline olimpiche, tra le meno rinomate forse, ma paradossalmente tra quelle che vantano il più alto numero di partecipanti. I vincitori ex aequo contano cifre impressionanti, talmente tanto da far sorgere il dubbio legittimo sia troppo facile, davvero troppo facile, arrivare primi.


Fiori di pesco

Profezie

Qualcuno le chiama profezie autoavveranti, altri lungimiranza, istinto.
“Lo sapevo fin dall’inizio che finiva così”, pronuncia ai microfoni la vicina dell’insospettabile omicida del palazzo accanto.
Lo sapevo fin dall’inizio, ma questo non implica faccia meno male.
E sono così arrabbiata che, davvero dannazione, smetterò mai di esserlo? E così triste e stanca e sola.
Tremo tra i singhiozzi mentre rivedo il foglio abbandonato sul marciapiede, l’inchiostro quasi completamente lavato via. Mi dispiace così tanto non ci sia una cura, non c’è mai, e intanto il cuore esplode e ci piove dentro.
Rimango indietro, non mi aspetti, trabocco di malinconia, ma sei già oltre, lontano mille miglia. Non importa quanto acceleri il passo, non riuscirò a raggiungerti e a te non importa rallentare.
Sei già oltre, lontano, troppo lontano. Di nuovo, sta succedendo di nuovo e continuo a non capire il perché. Forse è più facile perdere che provare a tenere. Forse non ne vale la pena, non ne valgo la pena.
E vorrei un abbraccio, e scoppiare a piangere, e svegliarmi quando sarà tutto passato, ma la casa è vuota, la luce spenta. Non c’è nessuno. Di nuovo.

Frammenti di pensieri

Tenersi

C’è questo stralcio di foglio abbandonato sul marciapiede. Il suo bianco spicca prepotentemente tra il grigio dell’asfalto e il giallo e l’arancione delle foglie volate via.
10, 20, 30 passi frettolosi lo calpestano incuranti, vanno oltre, forse tornano a casa, da qualcuno che li ama, li aspetta, o forse partono e non tornano più.
Il cielo minaccia pioggia, il tempo è quasi scaduto. Le gocce di domani cancelleranno nome e numero scarabocchiati sopra, ennesimo frammento di speranza destinato a perdersi per sempre. Sarà stata la disattenzione di un attimo? O semplice noncuranza?
Come se capirlo abbia poi chissà quale importanza.
Mi dispiace Matteo, spero tu sappia arriverà una presa salda anche per te.

Fiori di pesco

Ancora

Metà novembre, il freddo che penetra nelle ossa, i vestiti ostinatamente leggeri e colorati. Gli occhi truccati per non piangere. Non piangere. Non piangere.
Non piangere.
Fa male? Ancora.
Quanto? Da spezzare il respiro.
Continuo a cercarti, a infilare la tua storia negli spiragli, a cercare cercare cercare.
Non hai lasciato tracce, sei scivolato via, scomparso per sempre.
Cos’è restato di te? Cosa resterà di noi?
Perché non smette di fare male? Perché?
La rabbia circolava nel sangue, ora sembra si sia fermata e con tutto il suo peso schiacci il cuore.
Come si accarezzano le ferite? Non so più come si fa.
Le parole scioglieranno il dolore, alleggeriranno la mancanza, ti ridaranno vita per sempre? Perché non fluiscono? Incespicano bloccate tra dita e cuore.
Cosa resta? Tu, dovresti restare tu.

“Piangi sempre un mare di lacrime, forse un giorno un bravo nuotatore arriverà fino a te”.


Storie a schegge

Scenari possibili

Te ne stai seduto in un angolo, la testa tra le mani, in sottofondo la voce monotona dell’ennesimo giornalista dell’ennesimo tg.
Il silenzio porta al guinzaglio nuvole di pensieri tra le stanze fredde che ci dividono, pagine scompaginate e mobili sbeccati costellano il percorso.
“Devo andare”- le parole aprono un taglio nell’aria, galleggiano affilate fino a raggiungermi.
“Lo so. Vengo con te”.
Finalmente i nostri occhi si trovano a metà tra paure e speranze.
Hai il sorriso più triste e bello del mondo. Ti avvicini e lasci scivolare le dita sulla cicatrice ancora troppo fresca. La pelle rabbrividisce al contatto, non capisco più se per il freddo o per il dolore.
“Sarebbe da irresponsabili permettertelo”, sposti una ciocca dietro l’orecchio, elenchi appuntamenti, controlli, tutto inderogabile, tutto ragionevole.
La tua voce è ferma, ma gli occhi tradiscono un pensiero più profondo. Ti leggo tra le pause, quelle scandite dai respiri per riprender fiato, quelle strappate dai sospiri quasi impercettibili che ti sfuggono dalle labbra.
Tutto quel tempo mentale a contare i minuti, le ore a separarci da quest’adesso inevitabile. Tutti quegli scenari possibili. Tutte quelle parole da dire prima che.
Fantasie inconsistenti che spariscono nel silenzio, evaporano in un abbraccio che contiene tutto e niente. Tutto. E niente.
Diventiamo impalpabili, le nostre molecole sfuggono e si disperdono fondendosi con il resto. Diventano Altro, come ogni cosa che è destinata a resistere per sempre.

Frammenti di pensieri

Stridore

Tendiamo l’orecchio solo verso quello che riconosciamo.
Storie, canzoni, parole.
Un richiamo da un luogo remoto che unisce presente e passato, rispolverando ricordi nebulosi e lontani sedimentati da qualche parte nella mente e nel cuore.
Il resto, tutto il resto, ci resta estraneo, del tutto inaccessibile.
L’altro orecchio è proteso solo verso di noi, ad ascoltare la nostra vocina interiore che sciorina paturnie e sospira speranze.
Vorrei sentire la tua voce, ma non raggiunge il mio padiglione, si disperde nell’aria che ci divide.
Vorrei urlarti di parlare più forte, proporti di venirci incontro e trovarci a metà strada, ma nemmeno tu riesci a sentirmi.
Allora inanello parole scritte, sentendo l’inadeguatezza, il cigolio stridulo di un meccanismo inceppato che andrebbe oliato e curato per poter tornare a scivolare.
Vorrei spargere parole come coriandoli, far piovere colori, speranze, storie. Vederle magari posarsi su di te.
Se ci riuscissi, se ci riuscissi davvero, mi riconosceresti?

Storie a schegge

Strisce pedonali

Qualcuno ha detto che il dolore si supera solo attraversandolo.
Ho sempre immaginato che il dolore fosse quindi come un ingorgo di auto all’ora di punta e io, impalata, ferma sul ciglio della strada, che cerco il momento meno pericoloso per attraversare.
Allora provo a cercare le strisce pedonali, ma come in quegli incubi dove corri corri ma rimani sempre allo stesso punto, così nella mia testa le strisce non le trovo mai.
E quindi mi devo buttare nella mischia, racimolando coraggio e incoscienza.
Solo che non mi decido mai.
Forse per la paura di essere investita da quel flusso folle e rabbioso.
Forse per il timore di arrivare dall’altro lato e accorgermi che no, non è cambiato niente.
C’è un’altra strada da attraversare, un altro lato a cui arrivare.
“E allora cosa vuoi fare? Restare inchiodata nello stesso punto finché un testa coda non ti fa trovare faccia a faccia con una di quelle auto impazzite?”
Michele tira la cicca contro l’asfalto, per un po’ rimane a guardarla consumarsi e diventare sempre più piccola.
“Allora?”, stavolta mi guarda e nei suoi occhi seri brilla un guizzo d’impazienza. “Non si può mica aspettare per sempre, a volte va bene anche schiantarsi contro un parabrezza, magari te la cavi con qualche ossa rotta e riesci lo stesso ad arrivare dall’altro lato”.
Le auto sfrecciano veloci davanti a noi, sembra tutto così normale da avere l’impressione non sia mai successo niente.
“Avanti”, Michele mi afferra la mano e con un gesto repentino si slancia in avanti tirandomi dietro.
Sotto la pioggia, tra le macchine, i clacson assordanti del venerdì sera e gli insulti per aver attraversato col rosso.
Corriamo così, tra la pioggia fitta e il timore di esser troppo distanti per arrivare indenni dall’altro lato.
Chiudo gli occhi e per un istante, piccolo, preziosissimo istante, non sento altro che il calore di quella mano nella mia, il suo fiatone infreddolito da fumatore incallito, il mio da pulcino terrorizzato che ritorna a respirare.
Poi torna tutto, lo scroscio dell’acqua che ci inzuppa fin dentro le scarpe, il caos, i rumori della sera, la sua voce trionfante che urla: “Hai visto? E non ci siamo nemmeno rotti le ossa!”.
La mia mano però è ancora dentro la sua.
Respiro.
Riapro gli occhi, siamo dall’altro lato.

Storie a schegge

Di mare e di conchiglie

È stancante cercare di essere sempre sul pezzo.
Essere sempre aggiornati su tutto, mostrare di sapere bene cosa succede qui, là e altrove, ritagliarsi il tempo di approfondire, cercare le fonti, confrontarle, farsi un’idea.
È sfiancante, lo capisco.
Qualcosa resta inevitabilmente fuori: il più delle volte si scivola sulla superficie senza avere il tempo di tuffarsi in profondità. Anche perché, a conti fatti, non ha senso cercare conchiglie negli abissi quando le puoi trovare comodamente sulla spiaggia portate dalla risacca.
La gente camminando sulla battigia si china a raccogliere quelle dalla forma più accattivante e le porta con meraviglia all’orecchio pronta a lasciarsene ammaliare.
Ascolta distrattamente lo sciabordio delle onde mentre aguzza la vista in cerca di un’altra conchiglia, ancora più bella, ancora più grande. Poi, una volta concluso questo rituale fanciullesco, ripone il tutto nel secchiello sporco di sabbia che porta tra le mani.
Accumula e dimentica, alimentando una collezione sterminata da mostrare sul momento e da riporre poi nel dimenticatoio.
Leggenda narra che la giovane Piperita un giorno abbia deciso di mettere un punto a questa incresciosa situazione.
Dopo aver accompagnato i genitori alla solita passeggiata mattutina in riva al mare, aveva assistito, con tutta la sua curiosità di vispa quindicenne, al “rito”.
Al fascino iniziale per questa pratica condivisa da molti, era subito subentrato un sentimento contrastante che l’aveva spinta a chiedersi cosa avrebbe potuto ascoltare immergendosi direttamente nelle profondità del mare.
Un dubbio di tale entità andava indagato e il mistero doveva essere risolto.
Così un giorno, in preda a un coraggioso atto di ribellione, Piperita si era tuffata, incurante del freddo e delle onde grandi e minacciose.
Era scesa in profondità e aveva potuto osservare una tale vastità di conchiglie, ognuna particolarissima e bella a modo proprio, da capire quanto fosse valsa la pena, vederle lì, sentire l’acqua salata solleticarle le orecchie e cantarle una musica nuova.
“Con tutto il rispetto per le conchiglie – aveva confidato a Neva – non possono proprio competere con la profondità del mare.
“E adesso cosa farai? – aveva chiesto l’amica sul punto di riderle in faccia – Con tutti i problemi che ci sono, ti sembra normale parlar di conchiglie e di mare?”
Avvilita, Piperita l’aveva salutata con un nodo alla gola e la netta sensazione di essere una sciocca, come persona e come amica. Però, lasciando la stanza, girandosi per un’ultima occhiata, aveva notato con grande stupore una conchiglia sbucare dall’impolverato pavimento sotto il letto.
“E quella?” – aveva chiesto sorpresa.
Neva con un calcio si era affrettata a nascondere la prova: “Non è nulla, soltanto un vecchio giocattolo”.
Ondate di scuse le avevano allontanate: come dopo una burrasca si erano ritrovate naufraghe su isole diverse e lontanissime.
Leggenda narra che proprio quel giorno Piperita abbia preso la decisione che le avrebbe cambiato per sempre la vita.

Storie a schegge

Gli “scordarelli”

Certe sere è più difficile. Scrolli la testa per scacciare un ricordo ma quello cade poco più giù, si posa sulle spalle e come una mosca fastidiosa continua a ronzarti nelle orecchie.
C’è chi memorizza date di compleanni, onomastici, anniversari di fidanzamento e matrimonio e chi, al contrario, di queste cose non ricorda proprio un bel niente. Forse perché le cose belle fanno meno male, dopo, se le getti da subito nel buco nero della dimenticanza. Però, quando si fa parte degli “scordarelli”, paradossalmente le date tristi le si ricorda tutte. S’inchiodano in una zona talmente esposta della mente che basta un breve sussulto per ritrovarsele al centro dei pensieri nei momenti più disparati e inopportuni.
Così può capitare che mentre qualcuno nel mondo festeggia l’inizio di un amore, da qualche altra parte c’è chi celebra l’anniversario di un addio. Non serve molto, niente fiori, cioccolatini, prenotazioni in ristoranti romantici, basta sedersi su una panchina vuota nel silenzio della notte e abbandonarsi a quel ronzio assordante, lasciarlo penetrare nel cuore e chiudere gli occhi.
Chissà perché la sensazione è che ci sia sempre più tenerezza, più amore, nell’addio che nella relazione in sé. Quel disperato tentativo di tenersi, di capirsi ancora, un’ultima volta e poi mai più.
Nel ricordo, quel momento ritorna vivido con tutti i suoi gesti impacciati, le parole non dette, gli sguardi scambiati di sottecchi nella speranza che uno dei due, in un impeto di generoso coraggio, riesca a cambiare le sorti di entrambi. Agli addii gli scordarelli si preparano per tutta la vita, continuamente, ma la verità è che nessuna preparazione, per quanto puntigliosa e attenta, saprà reggere l’urto con la realtà. Loro ci provano, si illudono, e da perfetti sciocchi scelgono di ricordare sempre le cose sbagliate. Mettono paletti in continuazione convinti che riuscire a non superare quel dato limite gli permetterà di uscirne indenni senza troppi problemi. Rinunciano a priori, perché così, poi, ricordarlo un giorno farà meno male.
“Suoneresti per me?”- la voce risuona attraverso gli anni, si posa sulle dita, su dei tasti che no, non sono per niente quelli bianchi e neri di un pianoforte.
La risposta si perde nell’idiozia di una difesa ribattezzata per anni come “politica della distanza”, funzionale, semplice, efficace, almeno fino a un secondo prima di schiantarsi contro quegli occhi e quelle mani.
Il pianoforte non ha suonato allora né nei mesi e negli anni successivi. Se ne sta ancora lì, speranzoso e muto, carezzevole e generoso nell’accogliere questa impacciata malinconia.
Da qualche parte Nick Cave canta Into my arms, la gente cammina distratta e indifferente, il freddo pizzica il viso e un ragazzo e una ragazza, distanti chilometri, ricordano l’anniversario del loro addio.

Frammenti di pensieri

Lo cerco anch’io

Stamattina hanno di nuovo chiamato.
Un numero di cellulare sconosciuto, tanto per cambiare.
Di solito non rispondo mai la prima volta, controllo nel magico contenitore di informazioni Google e poi decido se aggiornare la crescente lista nera del mio telefono o lasciar correre.
Stamattina no, ho risposto spinta da chissà quale recondita speranza.
L’ennesimo centralinista che voleva rifilare un prodotto o un abbonamento, o magari entrambi.
A volte basta una frase saettante nelle orecchie a fermare il tempo: “Signora, cercavo il signore A.”.
Sorpresa, mi sono lasciata sfuggire un “Mio padre?” che ha sancito la fine della chiamata lasciandomi con lo schermo illuminato e il classico silenzio freddo delle telefonate bruscamente interrotte.
Chissà, forse, il povero centralinista ha avvertito nell’aria il sentore del pericolo, forse il “Mi creda, lo sto cercando anch’io” che ho poi sussurrato allo schermo silenzioso l’ha raggiunto prima che lo pronunciassi realmente e ha preferito salvarsi interrompendo la conversazione.
Con ogni probabilità non lo sapremo mai, ma se lui è riuscito a scamparsela non si può dire lo stesso per me.
Per qualche strano maleficio i giorni antecedenti il mio compleanno mi preparano l’umore in maniera bizzarra e per lo più negativa. Se qualcosa può andar storto, non solo ci andrà, ma si rivelerà una colossale catastrofe. Non importa quale siano le effimere e illusorie certezze del periodo, crolleranno spazzate da un soffio di vento esattamente come la casa di paglia dei tre porcellini a opera del lupo cattivo.
Talvolta mi chiedo se la mia stessa vita non sia l’incarnazione del lupo cattivo che tenta di sfinirmi per poi fagocitarmi nel suo insaziabile pancione.
Dovrei costruirmi anch’io una casa di mattoni, ma non sono più così sicura di riuscire a trovarne di nuovi della stessa qualità di quelli che mi sono stati affidati nel corso degli anni.
La realtà mi sembra vacillante e così incerta che basta un tocco per vederla disgregarsi e ridursi in polvere. Altro che mattoni solidi.
Mi domando, allora, adesso che non c’è più chi mi riservava quelli migliori, se in questi anni di insolenza e caparbietà ho almeno imparato da lui a costruirne di simili, non uguali, no, sarebbe illusione, ma di simili per resistenza e solidità.
Me lo domando mentre percorro una strada che nasconde sempre più curve di quante mi aspettassi e che mi fa sorgere il lecito dubbio che, mattoni o non mattoni, ci vorrà ancora molto prima di arrivare nel luogo giusto dove iniziare a costruire.

Storie a schegge

Anna

Anna ha il cuore straripante di sogni e speranze.
Puoi passarle accanto e non vederla, ma non puoi non sentire il suo cuore battere all’impazzata in mezzo alla gente. Rimbomba nelle strade silenziose, negli androni vuoti dei palazzi e nell’anima di chi, come te, nel futuro non ci crede più.
Se avvicini l’orecchio al suo petto puoi sentire il fragore delle onde che si rifrangono sugli scogli lasciando una costellazione di buoni propositi su quelle rocce levigate e scivolose. In punta di piedi, con certosina attenzione, puoi provare a camminarci su, senza pestarli magari, cimentandoti nel folle tentativo di raccoglierli e prendertene cura.
Occorre però farci attenzione. Basta un attimo di distrazione per scivolare giù, finendo nel mare trasportati dalla risacca.
Basta un gesto azzardato: la felicità ti scappa di mano e come sabbia cade giù, dove il mare è più profondo e per quanto ci provi ad aguzzar la vista non la vedi più, non la trovi più.

Storie a schegge

Margherita

Hai il nome di un fiore e quando lo soffi nell’aria involontariamente spargi i tuoi petali in ogni dove.
Me ne sono ritrovato uno tra i capelli non troppo tempo fa. Mentre lo afferravo con cautela sei scoppiata a ridere per l’imbarazzo e il mondo intorno ha finalmente smesso di girare.
La bussola del cuore è tornata a puntare verso nord, esattamente dov’eri seduta tu.
E improvvisamente il fragore del mare, lo sbocciare dei fiori, persino i clacson folli delle auto del sabato mattina son diventati la cornice, la festa della vita che esplode e brilla soltanto per te.

Storie a schegge

Buongiorno signor Marcello!

Sarebbe bastato così poco ma, invece, il nulla.
Come si può sopravvivere a una consapevolezza del genere senza rischiare di impazzire?
Aveva passato gran parte della vita a rimbrottarsi quell’errore, quell’unico dannato errore che l’aveva condannato per sempre.
Era diventato un’ombra, mentre i suoi ricordi avevano preso corpo ed erano diventati così vividi e reali da sostituirlo tranquillamente durante le lunghe passeggiate fra la gente.
All’inizio soltanto per quell’oretta consigliata dal medico, per fare moto e restare in forma senza troppi sforzi. A lui era sembrata una magnifica possibilità riposarsi piegato su una panchina mentre loro se ne andavano in giro allegramente senza gravargli più lì, al centro del petto.
Alla faccia del dottor Marini!
Poi, però, qualcosa era cambiato.
I ricordi a ogni rientro sembravano meno sfocati, più netti e precisi, mentre il suo cuore si accartocciava su se stesso e mostrava ogni volta una ruga in più.
E mentre loro salutavano la vicina Graziella del settimo piano senza dimenticarsi di scambiare quattro chiacchiere con il fattorino, tutti sorridevano di quell’inaspettata energia. <<Alla fine l’età è solo un numero, non hai visto il signor Marcello quante cose fa? Non sta mai fermo un attimo. Io neanche a vent’anni ero così>>.
Sarebbe bastato così poco ma, invece, il nulla.
L’ombra si era affievolita come la luce di una candela finché non si era spenta nel buio di una notte d’estate.
Alle prime luci dell’alba, mentre le porte dell’ascensore si richiudevano alle sue spalle con un rumore secco,  il signor Coviello aveva speso il suo primo sorriso stanco: <<Buongiorno signor Marcello, ma lo sa che ha un magnifico aspetto oggi?!>>.

Storie a schegge

Essere vivi, a quest’età, non serve a niente

La porta scorrevole del negozio lascia entrare un vento gelido che preannuncia una nevicata che da tempo tarda ad arrivare.
Il passo è cauto, carezzevole, proprio di chi odia disturbare.
La signora Italia mi raggiunge dietro il bancone, lentamente, esitando a ogni passo per la stanchezza e l’imbarazzo.
Vorrei dirle che va bene, che non sta facendo nulla di cui doversi vergognare. Sono anni ormai che l’accompagno con lo sguardo dall’ingresso fino a me.
Solo con lo sguardo sì, per delle insulse e sciocche regole aziendali. Regole che non c’entrano nulla con la quotidianità, con quella elegante signora settantenne che adesso strizza gli occhi venendomi incontro senza potermi riconoscere.
E allora bene, così sia.
Non mi posso muovere, ma so aspettare.
Non posso andarle incontro, ma so come accoglierla.
Lei procede piano muovendo le braccia esili verso di me, scusandosi con le mani prima che con la voce.
L’accolgo con un sorriso carico di tenerezza e comprensione.
<<Mi scusi sa, mi serve della carne… potrebbe lei? Le dispiace? Io non vedo più ormai… non distinguo… e delle uova. Può? Potrebbe?…>> – balbetta nascondendo il rossore dietro un vecchio scialle poggiato sulle spalle.
La rassicuro, chiamo Lorenzo affaccendato nel reparto a pochi passi dalla cassa. Gli affido i compiti e lo osservo sparire dietro gli scaffali dei biscotti e delle merendine della colazione.
La signora Italia non la smette di scusarsi.
<<Sono Silvana>> – le dico, come ogni volta, sperando mi riconosca e si tranquillizzi.
Lei ripete il mio nome scavando nella memoria vanamente.
<<Mi dispiace, mi dispiace. – balbetta – I figli sono sempre impegnati e i vecchi… i vecchi non muoiono più>>.
<<E non è meglio?>> – le chiedo dolcemente, lasciando scivolare una mano sulla sua bianca e infreddolita.
<<Eh signorina – mi sussurra all’orecchio – essere vivi, a quest’età, non serve a niente>>.

Storie a schegge

Finita

“E comunque per me è finita qui”- le aveva detto senza giri di parole né la parvenza di alcuna emozione.
Finita. Finita.
Dopo anni di strascichi, di rinunce, di lacrime.
Finita.
Come un tubetto di dentifricio spremuto fino all’ultima goccia improvvisamente vuoto e inutile destinato ad essere buttato nell’immondizia tra cotton fiocc usati e contenitori di cibi precotti.
“E adesso? Adesso, – si era detta- cosa si fa? Come funziona? Sono io quella che va via o sono io quella che resta? E la porta? Forse dovrei sbatterla e correre via.”
L’ennesima umiliazione.
Un peso, non era stata che una palla al piede anche per lui.
Il suo Luca dallo sguardo fiero e le braccia forti.
Luca che sapeva sempre cos’era meglio, cos’era giusto. Per se stesso e per lei.
Si era soltanto dovuta abbandonare a quelle braccia, il resto era stato deciso e portato avanti da lui. I regali di Natale ai parenti, i vestiti da trasferire nella nuova casa, gli album da disegno semivuoti imprigionati in uno scatolone e riposti in soffitta.
Era stato lui a sistemare ogni cosa, a indicarle la strada, o meglio, a trascinarsela dietro.
Come un bravo cadetto pian piano aveva imparato ad annuire, assecondare, rispondere Sissignore ad ogni ordine e richiesta.
Tutti quei sogni non erano state altre che illusioni, bugie per fannulloni e pigri senza voglia di lavorare.
E le era sembrato di non aver aspettato altro che qualcuno che le insegnasse a rigar dritto, senza perdersi in fantasie e sciocchezze futili.
Non ne aveva dubitato nemmeno per un istante, nemmeno mentre tra le lacrime lo  aveva guardato far volare i colori dalla finestra urlandole quanto stesse impiegando male il proprio tempo e le proprie energie.
Integratori, pillole su pillole: per la memoria, per ottimizzare l’energia, per superare lo stress, per dormire abbastanza.
Pasti regolari e sani, attività fisica costante.
Non era mai stata così in forma, così bella. Lui l’aveva resa migliore, le aveva dato l’occasione che a poche donne capita nella vita: essere la versione migliore di sé.
E adesso la stava lasciando.
Finita aveva detto.
Proprio così.
Finita.

Storie a schegge

Perfetti sconosciuti

Ti stringi nelle spalle mentre una goccia d’acqua scivola velocemente lungo il bicchiere.
Nella strada risuona una canzone tristissima, il fiato è dello stesso sassofonista a cui hai lanciato un sorriso di speranza e una moneta non troppo tempo fa.
Lo senti quando non c’è più niente da fare, lo senti sulla pelle come un graffio che continua placidamente a sanguinare mentre con nonchalance lo tamponi con un tovagliolo.
Siediti più vicina e abbracciami come se non mi stessi lasciando andare.
Ho immaginato talmente tante volte questa scena da aver consumato le lacrime in anticipo sui tempi.
Perdonami se adesso che servono non ne ho più, perdonami se sembro indifferente.
Raccoglierei ad una a una le gocce di questo bicchiere per bagnarmene il viso, per dimostrarti che sto male davvero.
Ma poi sorridi e lo fai in quel modo disperato e dolce che non potrò mai dimenticare.
Abbandono la competizione, hai vinto tu.

Storie a schegge

Buon compleanno a me

Rientra accompagnando il passo cadenzato con un movimento impreciso e preoccupante della testa.
Una mano nervosa aggiusta il colletto della camicia che si ostina a spuntar fuori dal camice bianco e ben stirato.
“Non è rimasto molto da fare”- dice con quel tono greve e impassibile di chi di esperienza ne ha fatta troppa per lasciarsi coinvolgere ancora dalle emozioni.
“Capisco”- la sedia dell’uomo sedutogli di fronte gratta sul pavimento mentre fa per alzarvisi.
Nessun gesto di tacita solidarietà, nessuna rassicurazione, nessuna speranza.
Niente eccetto una voragine al centro del pavimento lucido.
E lui che vorrebbe chiedere alla figura impettita ancora in piedi davanti alla porta di spingerlo giù, di guardarlo sparire senza muovere un dito, senza dire una parola.
Il ghigno di disperazione appiccicato sul suo viso si trasforma in rabbia, paura e, infine, consapevolezza.
Le poltroncine non si stanno allontanando, la macchia bianca è ancora immobile, non sta muovendo un passo.
Sono sempre state vicine, era lui ad esserne lontano.
Il terreno trema, ma lui non è più lì. Anche l’abisso sembra un puntino impossibile da raggiungere dal luogo in cui è adesso.
Respira nel buio.
Respira.
Chiude gli occhi.
Respira.
Respira.
Nella mente prende corpo la canzoncina di auguri cantata da quella Marta dalle labbra piene e morbide il giorno del suo sedicesimo compleanno quando quella sembrava la sola vita valesse la pena mordere.
Dondola il capo lasciando fuggire parole sorprese e indispettite da quella voce rauca ed emozionata.
“Buon compleanno a me!”
Sorride.
È ora.
Strizza forte gli occhi.
Li riapre.

Storie a schegge

Penelope

Penelope aveva mani piccole e fini.
Le dita affusolate quando si muovevano ricordavano il movimento elegante di un gatto e a volte, proprio come un felino, facevano degli scatti improvvisi scoppiando l’aria neanche fosse una gigantesca bolla di sapone e nulla più.
Le piaceva accarezzare le foglie degli alberi che costeggiavano il viale, i muri scrostati delle case, la pelle, la sua.
Disegnava i sorrisi sui visi delle persone, il sole alto nel cielo, i gabbiani appollaiati sugli scogli.
Del mare toccava il profumo come si fa con le pesche per sceglierle mature.
Gli altri la paura la “sentivano”, lei invece allungava le braccia e l’abbracciava forte.
Mentre il mondo si sbriciolava davanti agli sguardi sbigottiti della folla lei si faceva largo, tastando le macerie e immaginandone l’antico valore.
Penelope aveva le mani più delicate e fragili del mondo eppure non aveva paura a lasciarle scivolare sulla vita della gente.
Penelope non voleva lasciare il proprio segno forte e irreversibile come un marchio a fuoco sulla pelle, lei ambiva ad essere il brivido, quello che ti sfiora piano e, per qualche inspiegabile ragione, non scordi più.

Storie a schegge

Tattoo

Mi vieni più vicino mentre il sole si addormenta sul mare.
Dici che hai caldo, ti leghi i capelli, scuoti la testa, poi sbuffi, li sciogli di nuovo.
La pelle bianca, imperlata di sudore, brilla sotto gli ultimi raggi aranciati del cielo.
Le gambe da donna in bilico sul muretto si muovono frenetiche come quelle di una bambina.
Anche questa finisce tra le cose che non mi riesco a spiegare. E che forse poi, magari, nemmeno voglio.
Ché certe volte c’è da starsene solo zitti, con te che guardi il mare e io che guardo te.
Di tutte le fotografie che non faremo mai questa sicuramente sarà quella che amerò di più.
Con quegli occhi grandi che sembrano voler racchiudere il mondo, che ti si piantano addosso come una scarica di fucilate improvvisa al centro del petto.
Roba da restarci secchi. E, tuttavia, morirne con il sorriso sulle labbra.

Fiori di pesco

Il dopo non esiste

Inizio dalla fine perché i finali non mi piacciono, ho bisogno di sapere che un dopo sia possibile.
Eppure quella cesura, quel taglio netto, bianco o nero, rispettivamente su un foglio, su uno schermo, nell’abisso che si apre dopo un Ciao che sa di Addio, mi fa perdere qualsiasi speranza.
Il dopo non esiste, la storia non continua.
Era tutta qui.
Scorreva davanti agli occhi e tra le dita, mentre ingenui si rincorreva quel finale custode di risposte e grandi aspettative.
Tu ti aspetti un bacio e invece ti arriva uno schiaffo che fa girar la testa.
Che non è neanche questione di lieto fine, a volte anche quello può farti inaridire il cuore.
Il colpo mortale ti arriva dalla consapevolezza che il dopo non esiste.
E ci si può girar intorno quanto si vuole, “Continualo tu”, “Vai di fantasia” sono tutte provocazioni irrisorie.
Non è me che volevo ascoltare, non sono stati miei occhi, ma i tuoi a condurmi fin qui.
Mi lasci la mano e io provo di nuovo la sensazione di abbandono.
Quel prurito di tristezza che soffia sugli occhi e mi chiede bonario cosa mai mi aspettassi davvero.
Era tutto qui.
Aspetti, rincorri, rallenti, ti fermi di nuovo, riparti e tutto per arrivare soltanto a un punto finale. Reale o metaforico che sia.
Quindi perdona se impunto i piedi dispettosa e scuoto nervosamente la testa.
Perdona questa debolezza vestita da bambina.
Perdona se non ci sto e con un gioco d’ illusione cerco per l’ennesima volta di proteggere questa fragilità.
Inizierò dalla fine, da questa mattina di maggio in cui, per la prima volta, tutto mi è sembrato finalmente più chiaro.
I ricordi non si possono avvolgere in un abbraccio.
E tutto quello che non si può accostare all’altezza del cuore va lasciato andare via.

Storie a schegge

White noise

Come un petalo di rosa che percorre adagio il solco al centro della tua schiena.
Una carezza impalpabile nella frenesia di un tramonto che si prepara a nascere tra le onde.
Sorridi di un sorriso a metà, capelli di fuoco dall’anima in fiamme.
“Vieni qui” – sussurri mentre scivoli sulla pelle.
Guancia contro cuore, a tenere con le dita il tempo dei battiti cardiaci.
L’amore suona come un elicottero che decolla.
Non hai dubbi, mentre vacillano le mie poche certezze.
Esser morto di svariate morti al solo scopo di rinascere avvinghiato alle tue dita smaltate di blu.
Nell’aria, profumo di mare e di sogni roventi di un agosto passato sulla spiaggia a collezionar conchiglie.

Frammenti di pensieri

Se

Non dobbiamo parlare per forza.
Non dobbiamo se non vuoi.
Possiamo starcene in silenzio spalmati sul pavimento trattenendo il fiato, almeno per un po’.
Possiamo far finta di essere un fiore o un albero che sotto queste piastrelle ha nascosto le proprie radici.
Chi lo dice che taciamo? Chi, chi si illude di averci visti fagocitare dall’oblio?
Quale sguardo potrebbe mai credere in una nostra resa? O che sia stato l’ennesimo colpo basso a farci accasciare qui?
Non una spinta o uno scivolone. Non un gesto goffo e distratto ci ha condannati qui.
Non siamo stati nemmeno noi, da sempre carcerieri di noi stessi.
Nessuna condanna, nessuna pena da scontare.
Solo la speranza di trovare quel pozzo d’acqua salata sotto la sabbia.
Come dannati, scavando con le mani e digrignando i denti per lo sforzo e per la rabbia.
Possiamo continuare, anche se adesso non c’è il sole e la rena fastidiosa si appiccica alla pelle mentre la pioggia frana le pareti del nostro appiglio.
Possiamo restare aggrappati qui, se lo vuoi.
E scavare. Continuare, ancora e ancora, astenendoci dalla paura legittima e umana di chiederci se ciò verso cui tendiamo le mani sia un nuovo appiglio o l’ennesima trappola.
E fare di ogni nostra angoscia una componente indispensabile per una perfetta catena di omini di carta.
Poi, magari, ogni giorno staccarne uno, guardarlo dritto negli occhi e gettarlo nel mare.

Fiori di pesco

Nei miei ricordi nitidi

A quest’ora la gente passeggia piano, Roma è bellissima e in cuffia Jim Croce canta quella canzone che ti piace tanto.
Non so dove sei, quali strade stai percorrendo e soprattutto se questa volta, qualunque esse siano, coincidano con quelle scelte dal cuore.
Nei miei ricordi, nitidi, i tuoi occhi grigi e le tue labbra screpolate.
Eternamente lì, accoccolata sugli scogli come una sirena dall’aria buffa e un po’ imbronciata.
Una scrollata di spalle indifferente mentre mi confessavi di non saper nuotare.
“Potrei annegare” – dicevi colpendo svogliatamente la superficie dell’acqua con la tua coda blu.
Amavi il mare ma preferivi annegare tra bugie e artigli di avvoltoi seduta in un bistrot in centro città.
Una sirena che non sa nuotare. Mi viene ancora da sorridere. Che storia assurda, non credi?
A quest’ora la gente ripopola le strade con passo svelto e deciso, Roma è bellissima e tu resti eternamente lì, nei miei ricordi nitidi.

Storie a schegge

Anche se siamo lontani

Ce ne stiamo in silenzio finché delle lacrime spavalde cominciano a rotolarmi sulle guance.
“Mi manca la vita di prima”, lo dico per giustificarle, per giustificarmi di quel segno imprevisto di vulnerabilità. Le parole non sono ancora uscite dalle labbra che già ne sento l’inconsistenza, la menzogna.
Come fa a mancarmi una vita che non ho mai avuto?
Tu però capisci, come sempre, capisci ogni cosa senza che debba spiegare, raccontare tutto. Tu c’eri, ci sei sempre stato. Senza bisogno di confidenze, era il nostro presente a mostrarsi l’un l’altra.
Sapevamo senza dir niente. E mi manca terribilmente questo più della vita che raccontiamo di aver vissuto.
Il tuo sguardo si riempie di tenerezza, come quando da bambini mi guardavi di sottecchi durante i miei goffi tentativi di riparare a qualche inconveniente che temevo mi avrebbe condannata a una ramanzina davanti a tutti al pranzo domenicale. “Ti copro le spalle”, dicevi, sparendo per ritornare un attimo dopo armato di fazzoletti, piatti o posate pulite a seconda dell’occorrenza.
Lo dici di nuovo, adesso che siamo grandi e i chilometri si mangiano ricordi e malinconie.
Abbiamo conosciuto lo stesso dolore, sulla pelle portiamo la stessa ferita. Eppure all’apparenza le nostre storie non potrebbero essere più diverse. Alla fine però io sono rimasta, tu hai scelto di andar via.
Sorridi al di là dello schermo, di quei sorrisi segreti incoraggianti che mi facevi quando mio fratello ci guardava scuotendo la testa geloso, forse, della nostra complicità.
“Anche se siamo lontani – dici – ricordati che le tue spalle saranno sempre coperte”.