Random

Nel mondo continuano a succedere cose brutte e io me ne sto qui, spaventata, spaesata e, peggio del peggio, paralizzata.
A volte mi sembra di essere sopraffatta da questo dolore che come un uragano investe tutti senza distinzione.
Mi sento fragile e stupida e mi sembra di non aver fatto niente, di continuare a perdere tempo. Giro in tondo senza capire più quale sia la direzione, quanto realisticamente possa ancora davvero fare.
La morte mi terrorizza. Penso a quella di mio padre, a quella di conoscenti, parenti lontani e vicini. Ogni lutto mi stordisce e sconvolge.
Non esiste grado di conoscenza che tenga.
Vorrei non morisse nessuno, stessimo tutti bene per sempre.
E so di ragionare come una bambina, ma non riesco a farne a meno.
Forse, egoisticamente, le morti degli altri scoprono quel tasto dolente rappresentato dalla consapevolezza di ragionare su una fine a cui arriveremo tutti. Forse le morti degli altri me ne sembrano la prova concreta e ineluttabile.
Sono triste e sconvolta e mentre lo scrivo mi sento in colpa, quasi fosse da stronzi stasera arrogarsi un dolore che, in teoria, non sembra appartenermi. Me ne rendo conto, allora faccio un passo indietro, accolgo quello di chi questo “diritto” sembra avercelo più di me.
Eppure non ne sono convinta, taccio mentre dentro implodo.
Rivedo la strenua lotta di mio padre, tornano a galla scene sparute, ricordi affogati dalla necessità umana di dimenticare per riuscire a sopravvivere.
L’altro giorno parlavo arrogantemente di quanto fosse insensato continuare a propinare l’idea che nella vita il fine ultimo fosse soltanto quello di “sistemarsi”, con un buon lavoro e una bella famiglia. Oggi ripensandoci vorrei prendermi a schiaffi e scusarmi con tutti per la mia presunzione. Vorrei urlare che lo voglio anch’io, che sì, avete ragione tutti, il senso della vita è semplicemente questo: una vita tranquilla, serena, circondata dall’amore.
Non mi è mai bastato l’amore, a me.
Quello del principe azzurro, del vissero per sempre felici e contenti, del The End coronato di fiori di pesco.
Ma ho sempre creduto nell’amore, in tutte le sue forme e sfaccettature.
Ho sempre creduto ci dovesse essere dell’altro, non potesse davvero esaurirsi tutto lì, tra le pieghe del divano e la scrivania dell’ufficio.
Mi aspettavo altro, magari non di più, ma qualcosa di diverso. Che desse un senso a tutto, gioia, dolore, incertezze, rancore.
Un piano più grande. Per me, per te, per tutti.
Idiozie.
Ora capisco perché tante persone a un certo punto si accontentano e tirano avanti. Per non morire sole in una casa vuota senza nemmeno una vaga ma tenace possibilità di essere salvate.
Mi dico da mesi di vuotare il sacco, di raccontare tutto e alleggerirmi il cuore. Mi ripeto che poi starò meglio perché ho solo bisogno di modellare come argilla questo dolore e distruggerlo con una manata davanti ai miei occhi stanchi.
Non ci riesco. Non saprei da dove iniziare.
Tremo. Non voglio resti la mia faccia su qualche social mentre il mio corpo non esiste più. Mi è sempre sembrato tristissimo.
Non voglio che resti niente. Ed è per questo che faccio sempre più fatica a scrivere.
Non voglio che le mie parole rimangano.
Ieri tornando a casa ho riletto su un pilastro una frase per la centomiliardesima volta: la carta è solo carta e la carta brucerà.
Dalla prima lettura a ieri, ho sempre storto il naso, ma come un’epifania finalmente mi sembra di aver capito: il fine ultimo dovrebbe trascendere dalla materialità della scrittura. Non si dovrebbe puntare all’essere pubblicati, letti, conosciuti.
Vale la pena scrivere solo se quelle parole saranno in grado di toccare i cuori, accoccolarsi in uno spazietto piccolo della mente e, di tanto in tanto, sgorgare chiare dalle bocche che le hanno conosciute.
Questa è la sola cosa che secondo me vale la pena che rimanga.
Non dati, statistiche, numero di vendite o simili, ma quel seme infinitesimale che è la parte di noi destinata a sbocciare nei ricordi degli altri.

Il passo in più

Le cose sciocche continuano a mandarti in crisi nonostante la consapevolezza di aver subito nella vita affronti ben peggiori.
Quello che dovrebbe farti il solletico diventa una sberla inaspettata e, almeno un po’, ingiusta.
Tra tutto, tutto, questa proprio non te la saresti aspettata, come un cornetto alla Nutella che al primo morso rivela una misera farcitura.
Resta buonissimo, ma non come te lo aspettavi tu.
Che poi è sempre l’aspettativa che ti frega: hai mille idee, fai progetti a non finire e per quanto la realtà possa metterci del suo, alla fine non può che risultare deludente.
Non basta.
Parole che non significano niente e pretendono il contrario.
Questione di ritmo, ma il ritmo cos’è?
Il solito passo in più che, a quanto pare, non sei in grado di fare. E che, novità, devi muovere ondeggiando. Tu che a ballare non sei stata brava mai.
Ma cosa succede se quel passo mancato mette in discussione l’unica cosa in cui tu abbia mai creduto? Che ne resta di te?
La sensazione è di aver sbagliato tutto, di aver consacrato la vita a qualcosa che non ci apparterrà mai a dispetto di sforzi, fantasticherie e lacrime.
Se mi togli quel che amo, non esisto più.

Ózen

In queste settimane ho letto pochissimo, scritto ancora meno.
Mi sono trascinata da una parte all’altra del monolocale cercando vanamente il guizzo in grado di capovolgere la situazione, di migliorarmi come sembrava stessero facendo tutti.
Ho bellamente ignorato qualsiasi diretta Instagram, dalle lezioni di fitness improvvisate al puro e semplice intrattenimento goliardico.
Non ho aperto blog, email, messaggi più o meno importanti consapevole di non avere la benché minima concentrazione per dedicarmici.
Mi sono sentita in colpa di fronte l’incitamento diffuso a imparare qualcosa, a sperimentare, a migliorarsi.
I primi giorni ho provato per la prima volta dopo anni il disperato bisogno di riavere il pianoforte. E questo è stato solo il primo dei tanti passi che mi hanno portata a capire che tutto quello che per me è importante c’è l’ho già, ma da un’altra parte. Mai con me.
A scandire il tempo le lezioni settimanali, telefilm più o meno coinvolgenti scandagliati a inizio, metà e fine dei sette giorni.
Mi è sembrato davvero di buttare il tempo senza concludere niente.
Stamattina però una semplice domanda ha ribaltato la prospettiva.
“Mi stai ascoltando?”- mi ha chiesto al telefono una mia amica dopo una mezz’oretta ininterrotta di resoconti vari.
E la chiave era tutta lì.
In queste settimane credo di aver imparato un po’ meglio ad ascoltare.
Senza fretta, pressioni, senza la costante sensazione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno interagendo, dicendo forzatamente la mia. Ho potuto mettere in stand by la mia vita, con i suoi casini, il suo piccolo giardinetto in costruzione, e accogliere liberamente le esperienze e le storie degli altri.
Complice forse anche il silenzio straniante del quartiere, ho scelto di ascoltare le voci altrui, letteralmente, affidando la percezione a quell’unico senso. In una realtà costantemente bombardata da immagini e percezioni visive ho provato il bisogno di eliminarne il più possibile.
Che meraviglia potersi concentrare su timbri, cadenze e ritmi, lasciarsi condurre per mano, assecondare respiri, imparare a riconoscerne tempi e profondità.
Ascoltare dalla loro viva voce mi ha permesso di entrare dentro le storie, sentirle scorrere sotto pelle, farle mie. Mi sono sorpresa di quanto questo mi rendesse infinitamente più difficile giudicare, cadere nella facile tendenza di alzarsi su un podio e dire “io invece avrei fatto così”.
Questione di anime, forse.
La tua che si avvicina alla mia e le sussurra piano: “Eccomi”.

Capirsi


In queste settimane confuse e piuttosto destabilizzanti reminiscenze varie hanno preso piede incalzate dagli eventi e dalle situazione circostanti.
Tra i ricordi in questione, uno in particolare ha a che fare con la maestra di italiano delle elementari.
Nella memoria sono scolpiti pochi ma precisi punti cardine: i capelli cotonati e biondi, la sua severa intransigenza, il suo concetto di imparzialità alquanto discutibile e la pesante scia di profumo che si lasciava alle spalle mentre percorreva a passo svelto il corridoio.
Sin dall’inizio i nostri rapporti sono stati tutt’altro che idilliaci, con lei era una prova continua, una sfida a colpi di libri, parole e silenzi ben assestati.
Tra le cose che ripeteva più spesso alla classe silenziosa e attenta c’era la presuntuosa convinzione che tutti, da grandi, saremmo tornati a ringraziarla per il suo lavoro e per la preparazione ricevuta. Raccontava di ex allievi diventati uomini e donne di prestigio e nel mentre distribuiva fotocopie in bianco e nero piene di esercizi e brani da leggere.
Ci interrogava in maniera ossessiva su coniugazioni verbali e regole grammaticali, faceva dettati lunghissimi, insisteva nel farci esercitare sulla comprensione del testo, scritto o a voce che fosse.
Su quest’ultimo punto, in cinque anni, non ha mai, nemmeno un giorno, allentato la presa.
“Dovete capire quello che leggete e ascoltate. È importante, più di tutto il resto. Non capire significa fraintendere. Fraintendere significa sbagliare a comunicare e a interagire col prossimo”.
Ecco, in questi giorni così strani dove tutti parlano e nessuno si capisce, in cui i malintesi si accavallano e provocano disastrose reazioni a catena, a quella donna lì, che il primo giorno di elementari ci disse che il vocabolario sarebbe stato il nostro unico vero amico, oggi domani e sempre, devo un grazie pieno di riconoscenza e amore.

Le regole del gioco

Non ho mai capito bene le regole del gioco.
Perché se le avessi capite, posso assicurare che le avrei seguite. Pedissequamente.
Perché son fatta così. Tu mi spieghi le regole e io le rispetto.
Quasi sempre, a dirla davvero tutta.
A volte sì, son venuti anche a me di quei momenti di follia in cui senza ragione hai voglia di capovolgere tutto. Poi però son sempre rientrata negli argini. Come un fiume che sembra sul punto di trasbordare ma poi riesce a contenersi giusto in tempo.
Come se rinvenissi riassumo contegno, schiarisco la voce, rassetto la camicetta e indosso il mio caratteristico broncio annoiato.
Pensavo che moltissime cose non mi avrebbero toccato, avrebbero continuato a scivolarmi addosso come acqua su un impermeabile.
Mi sono esercitata tutta la vita a mantenere le distanze, a proteggermi da tutto, cose belle comprese. E ci sono riuscita, magnificamente.
Amore, amore sì, ma a distanza.
Passione sì, ma controllata.
Desiderio? Non scherziamo!
Imperturbabile, distante sempre e con chiunque.
Adesso però vorrei conoscere quelle regole, conoscerle per bene, perché ho l’incontrollabile impulso di infrangerle.
Maledico i chilometri, la mia ritrosia, le mie insicurezze, il mio desiderio.
Taccio mentre divampa una fiamma che brucia sentimenti ed emozioni.
Il tuo mondo contiene molto di quello che il mio sperava un giorno di trovare in un altro essere umano.
La voglia di non aver più barriere tra la mia e la tua pelle. Ascoltarti parlare a un bacio dalla mia bocca. Imparare l’espressione del tuo volto concentrato, seguire con le dita i lineamenti del tuo corpo. Poterti toccare senza questa paura profonda di vederti svanire come un sogno o un desiderio irrealizzabile.
Appartenerti, io che non ho mai voluto appartenere a nessuno.
Ringrazio i chilometri, la mia ritrosia, le mie insicurezze, il mio desiderio.
Mi rendi fragile, un’eroina tragica a cui un desiderio così non potrà che spezzare il cuore. Ti sfuggo perché mi sembra il solo modo per salvarmi.
Sorridi da lontano ignaro di questo sacrificio, convinto di tutt’altro.
Mi dimenticherai. Ti dimenticherò.

Gli “scordarelli”

Certe sere è più difficile. Scrolli la testa per scacciare un ricordo ma quello cade poco più giù, si posa sulle spalle e come una mosca fastidiosa continua a ronzarti nelle orecchie.
C’è chi memorizza date di compleanni, onomastici, anniversari di fidanzamento e matrimonio e chi, al contrario, di queste cose non ricorda proprio un bel niente. Forse perché le cose belle fanno meno male, dopo, se le getti da subito nel buco nero della dimenticanza. Però, quando si fa parte degli “scordarelli”, paradossalmente le date tristi le si ricorda tutte. S’inchiodano in una zona talmente esposta della mente che basta un breve sussulto per ritrovarsele al centro dei pensieri nei momenti più disparati e inopportuni.
Così può capitare che mentre qualcuno nel mondo festeggia l’inizio di un amore, da qualche altra parte c’è chi celebra l’anniversario di un addio. Non serve molto, niente fiori, cioccolatini, prenotazioni in ristoranti romantici, basta sedersi su una panchina vuota nel silenzio della notte e abbandonarsi a quel ronzio assordante, lasciarlo penetrare nel cuore e chiudere gli occhi.
Chissà perché la sensazione è che ci sia sempre più tenerezza, più amore, nell’addio che nella relazione in sé. Quel disperato tentativo di tenersi, di capirsi ancora, un’ultima volta e poi mai più.
Nel ricordo, quel momento ritorna vivido con tutti i suoi gesti impacciati, le parole non dette, gli sguardi scambiati di sottecchi nella speranza che uno dei due, in un impeto di generoso coraggio, riesca a cambiare le sorti di entrambi. Agli addii gli scordarelli si preparano per tutta la vita, continuamente, ma la verità è che nessuna preparazione, per quanto puntigliosa e attenta, saprà reggere l’urto con la realtà. Loro ci provano, si illudono, e da perfetti sciocchi scelgono di ricordare sempre le cose sbagliate. Mettono paletti in continuazione convinti che riuscire a non superare quel dato limite gli permetterà di uscirne indenni senza troppi problemi. Rinunciano a priori, perché così, poi, ricordarlo un giorno farà meno male.
“Suoneresti per me?”- la voce risuona attraverso gli anni, si posa sulle dita, su dei tasti che no, non sono per niente quelli bianchi e neri di un pianoforte.
La risposta si perde nell’idiozia di una difesa ribattezzata per anni come “politica della distanza”, funzionale, semplice, efficace, almeno fino a un secondo prima di schiantarsi contro quegli occhi e quelle mani.
Il pianoforte non ha suonato allora né nei mesi e negli anni successivi. Se ne sta ancora lì, speranzoso e muto, carezzevole e generoso nell’accogliere questa impacciata malinconia.
Da qualche parte Nick Cave canta Into my arms, la gente cammina distratta e indifferente, il freddo pizzica il viso e un ragazzo e una ragazza, distanti chilometri, ricordano l’anniversario del loro addio.

Perché?

Alla fine me l’ha detto anche lei.
“C’è ancora troppa rabbia dentro di te, lo sento. Non sono sicura tu sia riuscita a elaborare quello che è successo”.
Sono rimasta in silenzio ad ascoltarla mentre mi spiegava il suo punto di vista e avanzava soluzioni ragionevoli.
A un tratto però ho perso il filo del discorso, mi sono fermata su una frase e nella mia mente è schizzato come un fulmine il pensiero “No, ecco, non credo sia esattamente così”. Però non gliel’ho detto, non l’ho interrotta, mi sembrava scortese e ingrato, ma forse lo è stato di più non riuscire ad ascoltarla e rincorrere i miei pensieri ingarbugliati e stanchi.
“So che odi chiedere aiuto, ma forse dovresti parlarne con qualcuno come ho fatto io. Non è la fine del mondo e poi staresti meglio”- la riagguanto sul finale in tempo per sorridere con un’amarezza mista a gratitudine.
Vorrei riuscire a tranquillizzarla, a spiegarle che no. non mi sento affatto arrabbiata, non sento un fuoco distruttivo al centro del petto. Non ho voglia di distruggere nulla, tantomeno me stessa.
Al contrario, invece, mi sento stanca come se improvvisamente tutto il peso della vita mi premesse sulle spalle. I miei anni, che per gli altri non sono mai abbastanza ma che per me, che li conosco a menadito, sono così densi da pesare quantomeno il doppio. I miei errori, i miei azzardi, le mie scelte. Il mio carattere e i miei sentimenti anacronistici che farebbero ridere chiunque se solo li raccontassi nudi e crudi esattamente come sono. Questa insaziabile sete di giustizia e verità, questa malinconia che mi porto addosso anche quando non vorrei, anche quando non dovrei. Le storture del mondo, l’implacabile avarizia e cattiveria dei molti uomini che la popolano, la meschinità e l’egoismo a cui giurano fedeltà eterna.
Non riguarda solo me, la visione d’insieme ingloba e soffoca anche quella del particolare. L’aria che si respira, l’atmosfera intorno, le notizie, gli avvenimenti, tutto mi colpisce tra capo e collo accelerandomi battiti e respiro. Fosse solo questione di una vita misera compromessa da accadimenti brutti e consacrata ai valori sbagliati sarebbe più sopportabile. Invece egoisticamente nel mio dolore includo anche ciò che viene da fuori, indignandomi e ferendomi a maggior ragione se non riguarda me. Resta solo una domanda disperata sull’orlo della rassegnazione: “Perché?”
Non sono arrabbiata, davvero, sono solo stanca.
Lo penso ma non lo dico. Come non le dico che non servirebbe a niente parlare con qualcuno, un esperto o chessò io, perché non sarei mai sincera fino in fondo. Su di me, sulla mia vita, su quello che penso del mondo. La vedrei solo come un’interessante opportunità per raccontare una storia, non la mia però, questo è certo. Sarebbe una perdita di tempo su ogni fronte, penso già a quante cose ometto a lei della mia vita, del mio passato. Ometto ma non mento, perché le voglio bene ed è il modo infantile e stupido che ho per proteggerla da me e dal mio buio. Però non le mento, mai. Omissione e bugia non sono la stessa cosa no?
Però con un estraneo rivestito del ruolo di esperto di X sarebbe diverso. Non si tratterebbe di omissione ma di invenzione pura. Lo vedrei come l’ennesimo esercizio di scrittura-non scrittura. Mi torna in mente una riflessione contenuta nella Trilogia della città di K della Kristof a cui il mio modus operandi combacia alla perfezione:
Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla.
Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male.
Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.

Nella mia testa scrivo in continuazione, come se ci fosse un’intera tipografia racchiusa al suo interno. I macchinari si muovono e imprimono le lettere sul foglio bianco della mente. Un racconto continuo e incessante che ogni tanto mi sfinisce. Mi basta notare un dettaglio, collegarlo a un profumo o a una parola e gli ingranaggi si muovono solerti.
Non si tratta quasi mai di me, scivolo sulla superficie, mi nascondo nell’increspatura delle onde che innalzano le parole.
“A volte sembra che dici dici, ma in realtà non dici davvero mai niente di te”- la frase mi rimbalza tra le dita, ci gioco un po’ fingendo non sia vera.
Ripenso spesso alla voce che l’ha pronunciata, rivedo le sue labbra mimare parola per parola e un crampo mi afferra lo stomaco. Non credo esisterà mai un altro uomo al mondo in grado di capirmi in maniera così intima e profonda come ha fatto lui.
Non c’è più rabbia, vorrei dirle, ma forse ammettere la rassegnazione sarebbe peggio. Se non per lei, sicuramente per me.
Non mi va più, sono stanca, stanca.
Ho bisogno di un abbraccio, ma siamo troppo lontane, allora non glielo chiedo, invece la ringrazio e lascio che il mio ti voglio bene si infili nel microfono del telefono per raggiungere il suo orecchio nella speranza che quelle parole dolci e stanche riescano a scivolare oltre i fraintendimenti e le paure e raggiungerle il cuore.

Nebbia

Stasera ho scoperto che la nebbia mi fa piangere.
La attraverso incerta e sento che s’impossessa anche di testa e cuore.
E forse, proprio per reazione, piango convinta di rimuovere così la patina che si deposita sugli occhi e m’impedisce di vedere a più di un palmo di naso.
Penso a tutto quello che se ne va e a quello che rimane, che poi sembra sempre così poco e, invece, è davvero tanto. Solo che non ce ne accorgiamo. O non vogliamo accettarlo. Perché la banalissima verità è che quello che abbiamo non ci basta mai. Vorremmo sempre molto di più. O altro.
Non ci basta mai niente, non va bene mai niente.
Che stupidi che siamo.
Quanto tempo e quante occasioni perdiamo nell’attesa di quel di più o di quel qualcos’altro che magari, poi, non arriverà nemmeno mai.
Non è quella storia dell’accontentarsi, del chiudere a doppia mandata il cassetto dei sogni. No.
È la capacità di riconoscere e apprezzare in maniera profonda e consapevole quel che si ha adesso, in questo preciso momento, senza caricarlo di pretese inutili, senza sovrastimarlo o, al contrario, sottovalutarlo.
La nebbia non ci permette di vedere troppo più in là e sembra la metafora perfetta della vita. Noi avanziamo guardinghi e spaventati cercando di aguzzar la vista per capire qual è il futuro che ci attende.
Speriamo sia sereno o, semplicemente, con meno cose brutte possibili.
Passiamo il tempo ad arrovellarci, a supporre, a sperare. E intanto non ci accorgiamo di ciò che intorno, a pochissimi passi da noi, ci scivola accanto.
Siamo così presi dal mistero della nebbia da dimenticarci della luce che ci scorre accanto. Cerchiamo di veder lontano, ma non siamo in grado di guardare vicino. Quanta bellezza perduta per sempre.
E se la nebbia non fosse altro che una grande, straordinaria possibilità?

Messaggio in bottiglia

Scrivere è sempre un atto di fede.
Nei confronti delle parole e dei loro destinatari.
Chiunque abbia cercato di raccontare la realtà in tutta la sua tragicomica completezza ha dovuto inevitabilmente capire e accettare di essere lì lì per lanciare un messaggio in bottiglia nella vastità spropositata dell’oceano.
Eppure, se non ci fosse stato quell’atto incosciente, spregiudicato e folle moltissimi libri non sarebbero mai stati scritti e adesso non si troverebbero negli scaffali delle librerie. nostre o altrui.
Una goccia, un’insignificante goccia, che però può cambiare il peso dell’oceano. Ci pensi?
Non importa quanto vento la sposterà tra le onde o quanto sale ne sbiadirà l’etichetta, quella bottiglia arriverà a chi deve arrivare, al momento giusto, con le sue parole e la vita che ha il compito di abbracciare. Attraverso lo spazio, il tempo e qualsiasi dimensione possibile e immaginabile.
Il più delle volte non c’è riconoscimento, non c’è quella gratificazione immediata che vorremmo e quasi pretendiamo perché “stiamo facendo qualcosa di importante per gli altri” e per questo come minimo ci aspetteremmo una pacca sulla spalla, un applauso magari, ancora meglio un grazie. Ci sembra il minimo, in fondo lo meritiamo, abbiamo impiegato tempo, energie, ore della nostra vita per “aprire gli occhi agli altri”.
E tutto quello che riceviamo è il niente.
Niente.
Nemmeno la balla di fieno che rotola in mezzo alla strada deserta come in un qualsiasi film western che si rispetti.
Niente.
Tutt’al più vediamo qualcuno alzar le spalle, sorridere senza capire, e allora ci incazziamo. Inutilmente. Perché la verità è che nessuno ce l’aveva chiesto. Abbiamo fatto tutto noi, magari spinti da un numero abbastanza elevato di buone intenzioni da pareggiare il numero di quelle relative al nostro ego e al nostro bisogno di sentirci utili, indispensabili, lucidi in un mondo allo sbaraglio. Perché nessuno sembra rendersene conto, ma “noi, invece, vediamo esattamente le cose come stanno, siamo le teste pensanti che si scontrano contro il sistema vigente, contro le generalizzazioni e gli atteggiamenti stupidamente umani dell’uomo medio”.
Perché “noi abbiamo studiato, siamo ironici, siamo consapevoli, brillanti, sicuri della validità del nostro punto di vista”. Perché “noi sappiamo e gli altri, tutti, sono solo una mandria di pecore, stupide e ingrate”.
Non capiscono, trascorrono buona parte della loro vita a pensare a cose insignificanti e banali, mentre Trump ordina in maniera del tutto autonoma omicidi in grado di aprire la strada a una terza guerra mondiale e Greta Thunberg cerca di sensibilizzare il mondo sulla disastrosa condizione climatica parlando alle folle come un piccolo messia.
Allora è tutto inutile, è tempo sprecato, follia, stupidità. Nessuno merita il nostro impegno, la nostra insulsa presunzione di contribuire a una visione d’insieme più nitida e organica.
Meglio mollare la presa e lasciare che qualcun altro, ottimisticamente più stupido di noi, provi a fare quello che è chiaramente inutile e logorante.
Che senso ha impegnarsi per qualcosa o qualcuno che potrebbe non essere raggiunto mai dalle nostre parole? Nessun senso.
Nessuno.
Noi ambiamo all’immediato, all’adesso, al tutto e subito.
Vogliamo parlare di cose grandi perché il mondo è fatto di cose grandi e le minuzie sono per gli uomini sciocchi, ignoranti, incapaci di guardare più in là del loro naso. Perché disprezziamo la gente e sempre più spesso fatichiamo ad ascoltare i loro pensieri, i loro sogni. Cosa vuoi che siano a dispetto delle cose serie del mondo?
Adesso dimmi, ti riconosci? Sinceramente, perché è col cuore in mano e le lacrime in bilico sulle ciglia che te lo chiedo.
Anche solo in parte, magari non del tutto perché sono stata troppo severa, impulsiva, cattiva.
Lo so, è sempre stato questo il problema con te.
Non ho risposte alle tue domande, anzi ogni volta ti sommergo con le mie.
Non ho soluzioni e non te ne chiedo perché non funzionerebbero e non sarebbero abbastanza, esattamente come me.
Vedi? Avevi ragione anche su questo, siamo tutti egoriferiti, che persone stupide e superficiali che siamo.
Eppure, se non partissimo da noi, dalla nostra storia, dalle nostre esperienze, come faremmo a capire gli altri? A metterci nei panni altrui? A soffermarci sui piccoli insignificanti avvenimenti che trovano riscontro o anche solo semplice comprensione proprio perché condivisi?
Se non racconto la mia storia, perché tu dovresti raccontarmi la tua?
Uno racconta e l’altro ascolta, poi ci si abbraccia e ci si dà il cambio.
È uno scambio ad armi pari, un piano d’incontro dove ciascuno trema al pensiero di tutte queste situazioni grandi intorno, ma in cui vi è la chiara consapevolezza della disperata utilità delle minuzie, dei particolari che non cambiano in maniera marcata il mondo, ma che lo determinano in maniera sottile e profonda.
Abbiamo bisogno di raccontarci, di ascoltare, di capire il circostante a partire proprio dalle cose più sciocche o insignificanti della nostra vita o di quella degli altri.
C’è bisogno di persone completamente pazze da non volere niente, assolutamente niente in cambio per quello che fanno. Ed è questo il vero coraggio, la ragione delle ragioni, il senso che si può scegliere di dare alla propria vita. Probabilmente non ci sarà un grazie e nemmeno quella tanto agognata pacca sulla spalla, con grande probabilità ci sarà un’enorme e costante incazzatura, si oscillerà nel fastidioso e umano desiderio di lavarsene le mani, di lasciare ad altri un fardello così pesante, ci sarà disprezzo per gli altri e biasimo e presunzione nei confronti di noi stessi.
Perché il rischio di innalzarsi su un podio sarà sempre lì, dietro l’angolo, ad aspettare di vederci surclassare dalla stanchezza e dalla rassegnazione.
Si sbanderà, tante, tantissime volte, e ci si chiederà sempre di più se ne vale la pena, se ne siamo all’altezza, se serve veramente a qualcuno o se stiamo sprecando la nostra vita dietro la ragione sbagliata.
Pagheremo un prezzo altissimo e saremo soli talmente tante volte da maledirci ogni sacrosanto giorno per le nostre pessime decisioni.
Ci sembrerà d’impazzire (adesso, capisci?) e non avremo niente tra le mani.
Adesso che le lacrime scendono e probabilmente non lo saprai mai, adesso, respira e chiediti se sei disposto a tutto questo.
Lo capisco, ti capisco e non posso biasimarti.
Prenditi del tempo.
Hai tutto il tempo del mondo, ma se alla fine senti nel profondo del cuore che per quanto tu possa volere una vita più facile, più lineare, saresti disposto anche a impazzire pur di portare fino in fondo un’idea così assurda e cristallina, allora non dubitare più. Di te stesso, di quel che fai, del mondo consapevole e migliore che vorresti tu.
Non spettano a noi le grandi rivelazioni in grado di salvare l’umanità, noi abbiamo la responsabilità di tenere duro e fare del nostro meglio sempre, nella misura maggiore in cui riusciamo, nei tempi e nei modi migliori possibili.
Ovunque tu sia, qualsiasi decisione prenderai, spero il mio abbraccio riesca a raggiungerti e farti sorridere.

Casa

Casa è sempre stato un concetto molto labile, in continuo mutamento, esattamente come le nostre vite.
Sarà per questo che ha sempre avuto un così grande fascino su di me, proprio come ogni cosa che non abbiamo e sogniamo attraverso il riflesso delle vite degli altri.
Avrei voluto un’idea semplice, talmente semplice da rasentare la banalità, quattro mura, sempre le stesse, le stesse strade, le stesse facce, gli stessi posti dove tornare. Per anni ho sperato di poter conoscere la “strada di casa” talmente bene da memorizzarne ogni pietra sconnessa, ogni persona abitudinaria che la anima di prima mattina mentre corri per non perdere il tram, ogni albero che la costeggia e cambia colore stagione dopo stagione. Nella mia idea casa sarebbe dovuta essere un posto sicuro, dove sentirti protetto, in cui immaginare il futuro chiuso nella tua stanza tappezzata coi poster delle tue band preferite. Dove ridere e piangere e festeggiare con tavolate lunghissime, voci che si accavallano, risate allegre e incontenibili. Avrei amato persino l’idea di qualche litigio o discussione accesa, di qualche porta sbattuta troppo forte e della conseguente parolaccia lanciata in aria nell’ira del momento. Avrebbe reso tutto così normale, così perfettamente imperfetto. Così reale.
La geografia dell’appartenenza è una questione seria e ha poco a che vedere con quelle frasi da cioccolatino del tipo “Casa è dove sono le persone che ami”. Perché allora casa è un auto che macina chilometri da una parte all’altra dell’Italia, è un abbraccio che si spezza attraverso il tuo sguardo caleidoscopico, è la perdita, la dannatissima perdita, perché “questa è la vita” e “sono cose che succedono, non possiamo farci niente”.
Nella mia idea tremendamente capricciosa e infantile casa sarebbe dovuta essere l’unica cosa che resta quando il mondo intorno crolla. E invece, qualsiasi idea cangiante fosse, è sempre stata la prima cosa a crollare e frantumarsi in mille schegge taglienti e sottilissime.
L’unica cosa che resta.
L’unica cosa che resta, come sempre, sono solo io.