Free fallin’

Quella che per te è una macchia d’inchiostro al centro del foglio, per me è un groviglio di parole.
Ci vorrebbero le tue mani per districare la matassa, come quando in un lampo mi scioglievi le cuffiette con una mossa da prestigiatore.
Non sono mai riuscita a imparare, forse non l’ho mai desiderato davvero.
O, forse, era questione di compensazione: io creavo nodi, poi a scioglierli ci pensavi tu.

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Leave a light on

Sembra tutto così inutile adesso.
L’orologio che segna le 5 in punto, le medicine intonse riposte nello stipetto, i mobili perfettamente conservati.
Il divano, quel divano su cui ti raccomandavi di sedere piano. Quell’angolino accanto alla tua sediolina dove ti raccontavo il mondo, il mio mondo, con i miei casini, i periodacci, le preoccupazioni, le storie delle mie amiche e dell’università.
Il ventilatore che lasciavi acceso nelle sere d’estate anche se stavi in giardino, perché dentro restavo io, vittima prediletta delle zanzare.
La poltrona del salotto dove mi nascondevo per evitare i parenti fingendo di dormire anche se tu non ci cascavi mai.
Il letto grande su cui non sono più riuscita a dormire dopo averti vista star male, lo stesso che condividevamo quando da piccola restavo da te.
Il corridoio con il mobiletto ingombro di foto in bianco e nero di persone che non ci sono più a cui dedicavamo la preghiera della buona notte ogni sera.
Sembra tutto così inutile adesso.
Mi dispiace aver smesso di leggerti le fiabe quando hai iniziato a non sentire più e le troppe visite che ci interrompevano sempre hanno avuto la meglio sulla mia pazienza.
Mi aggrappo alla convinzione che tu l’abbia sempre saputo, nonostante tutto, il bene che ti volevo. Non ho mai desiderato che qualcuno mi capisse come l’ho desiderato con te.
Volevo fossi fiera, volevo sapessi che ero fragile ma sapevo rialzarmi.
Volevo mi volessi bene nonostante i miei azzardi, i miei errori, il mio carattere impulsivo e diretto. Volevo mi capissi, capissi le mie scelte, anche quando potevano sembrare folli o azzardate. Volevo tu sapessi quel che c’era dietro e fossi con me.
Per la mia vita, fatta di viaggi continui, traslochi, cambiamenti improvvisi e imprevedibili, tu sei stata costantemente il porto sicuro dove tornare.
Sapevo che qualsiasi cosa fosse successa nel mio domani, ti avrei trovata lì, seduta sulla tua sedia ad aspettarmi.
E adesso che quella sedia è vuota e queste parole non mi sembrano abbastanza, ti prego, ovunque tu sia, di non dimenticarmi mai, perché io con te non lo farò.

Sarebbe bastato così poco ma, invece, il nulla.
Come si può sopravvivere a una consapevolezza del genere senza rischiare di impazzire?
Aveva passato gran parte della vita a rimbrottarsi quell’errore, quell’unico dannato errore che l’aveva condannato per sempre.
Era diventato un’ombra, mentre i suoi ricordi avevano preso corpo ed erano diventati così vividi e reali da sostituirlo tranquillamente durante le lunghe passeggiate fra la gente.
All’inizio soltanto per quell’oretta consigliata dal medico, per fare moto e restare in forma senza troppi sforzi. A lui era sembrata una magnifica possibilità riposarsi piegato su una panchina mentre loro se ne andavano in giro allegramente senza gravargli più lì, al centro del petto. Alla faccia del dottor Marini!
Poi, però, qualcosa era cambiato.
I ricordi a ogni rientro sembravano meno sfocati, più netti e precisi, mentre il suo cuore si accartocciava su se stesso e mostrava ogni volta una ruga in più.
E mentre loro salutavano la vicina Graziella del settimo piano senza dimenticarsi di scambiare quattro chiacchiere con il fattorino, tutti sorridevano di quell’inaspettata energia. <<Alla fine l’età è solo un numero, non hai visto il signor Marcello quante cose fa? Non sta mai fermo un attimo. Io neanche a vent’anni ero così>>.
Sarebbe bastato così poco ma, invece, il nulla.
L’ombra si era affievolita come la luce di una candela finché non si era spenta nel buio di una notte d’estate. Alle prime luci dell’alba, mentre le porte dell’ascensore si richiudevano alle sue spalle con un rumore secco,  il signor Coviello aveva speso il suo primo sorriso stanco: <<Buongiorno signor Marcello, ma lo sa che ha un magnifico aspetto oggi?!>>.

Wide awake

A volte penso a come sarebbe stato.
Mento.
Ci penso spesso.
Quando cammino per la città con passo svelto e sguardo fiero.
Quando il vento mi accarezza le guance solleticandomi con i capelli.
Quando guardando in lontananza mi sembra di riconoscere il tuo viso e poi, delusa, mi tocca ricredermi.
Quando la sera mi ritrovo da sola in questo letto troppo grande sotto quel piumone che amavi tu.
Sei un ricordo destinato a vivere per tutta la vita.
Lo sei, perché lo voglio io e perché  lo meriti tu.
Probabilmente non saprai mai quanto hai significato per me, ma non importa.
Mi mancherai per sempre, sì.

La regina delle paure

La regina delle paure è quella di scoprire all’improvviso di non avere più tempo.
Tempo per spuntare la lista di esperienze, concerti, viaggi da fare.
Tempo per sorprendersi ancora e ancora davanti la bellezza della natura, delle persone, di noi stessi.
Tempo per amare.
Tempo per lasciarsi amare.
Quanto può pesare l’ombra di una clessidra quasi svuotata?
Peserà quanto i tuoi pensieri confusi o quanto il dolore di sapere di avere sprecato tanto, troppo di ciò che ti era stato riservato?
La regina delle paure si cela dietro la parola morte, ma ha a che fare soltanto con la vita.
Quella sprecata, lasciata scorrere via senza nemmeno provare a stringerla un po’.
Se una risposta potrebbe essere in quel gesto ribelle delle dita, il più delle volte il corpo si ferma incapace a reagire. Come in quegli incubi in cui lo stesso fotogramma si ripete: tu che provi a scappare da quell’ombra scura incombente alle tue spalle ma non riesci a muoverti risucchiato dalla terra che ti blocca i piedi e il respiro. E volere andar via sembra non bastare.
Volere non è più sufficiente.
Anni e anni di ricerche e studi per confermare la lezione più antica del mondo:
l’amore è l’unica cura.
L’amore che soffia favole nell’orecchio quando non riesci a dormire.
L’amore che accarezza le guance portando via le lacrime e lasciando tenera dolcezza.
L’amore che prende le tue mani e le posa sulle sue accogliendole con un bacio d’altri tempi.
È l’amore, è sempre e solo l’amore a rimettere in moto la vita, a poter competere con quel ticchettio crudele e beffardo.
Un abbraccio per ogni speranza che stringi forte al cuore e liberi nelle notti senza luna.
Ti auguro che un giorno ciascuna di esse si tramuti in fiducia: la speranza si alimenta in solitudine, la fiducia nasce e cresce nel riflesso di un paio d’occhi che contengono i tuoi.

Meno

La strada migliore pare proprio sia la sottrazione.
Il calcolo più semplice.
Quello che insegna a togliere ai primi anni di scuola. Nei primi anni di vita.
Che tu pensi sia perdita, rinuncia e invece poi scopri quanto poco sia così.
Ritornare all’essenziale, a ciò che conta realmente.
Al numero più piccolo al di sotto del quale non esisterebbe altro al di fuori di te.
Niente più del necessario. Questione di economia, rieducazione dei sentimenti, delle priorità.
Massai della vita per poterla vivere di più.

L’ultimo giorno non l’ho capito, ho preferito non capirlo.
Come quando affrontavo l’epifania auto-convincendomi fosse già passata. Era troppa la paura di quella vecchia befana sdentata e dal cappello largo per poterla vivere come avrei dovuto. Era più semplice immaginare quel giorno fosse ormai alle spalle, superato senza aver davvero oltrepassato la soglia. Dondolandomi sull’orlo del precipizio stringendomi le gambe al petto e facendomi coraggio appena il buio prendeva spazio.
Così l’ultimo giorno mi sono disegnata un sorriso e ho detto Grazie al posto di una miriade di altre parole. Probabilmente non avrebbero addolcito il finale, ma andavano dette per rispetto, per stima, per chiudere con dolcezza una parentesi meravigliosa come solo pochi momenti della vita sanno essere.
Grazie per quello che mi è stato insegnato.
Grazie per la fiducia, la disponibilità, per aver creduto in me.
Grazie per avermi aiutata a crescere, a capire e capirmi un po’ di più.
Grazie per le risate, i momenti di serenità, quelli di grande pressione.
Grazie per aver sempre chiarito come stessero le cose. Senza mai chiedere un miglioramento, ma auspicandolo e incentivandolo con critiche e spiegazioni.
Grazie per aver riconosciuto i giusti meriti.
Grazie per avermi tirata via dalla solitudine e dal panico in cui stavo nuovamente precipitando.
Grazie per ogni singolo momento condiviso e per ogni piccola grande emozione.
E anche se non sarà lo stesso vino dell’ultima volta, brindo a voi.
A ciò che sento di aver capito, chiarito, scoperto, grazie a voi.
Alla fine, ché poi fine non è.