Meno

La strada migliore pare proprio sia la sottrazione.
Il calcolo più semplice.
Quello che insegna a togliere ai primi anni di scuola. Nei primi anni di vita.
Che tu pensi sia perdita, rinuncia e invece poi scopri quanto poco sia così.
Ritornare all’essenziale, a ciò che conta realmente.
Al numero più piccolo al di sotto del quale non esisterebbe altro al di fuori di te.
Niente più del necessario. Questione di economia, rieducazione dei sentimenti, delle priorità.
Massai della vita per poterla vivere di più.

L’ultimo giorno non l’ho capito, ho preferito non capirlo.
Come quando affrontavo l’epifania auto-convincendomi fosse già passata. Era troppa la paura di quella vecchia befana sdentata e dal cappello largo per poterla vivere come avrei dovuto. Era più semplice immaginare quel giorno fosse ormai alle spalle, superato senza aver davvero oltrepassato la soglia. Dondolandomi sull’orlo del precipizio stringendomi le gambe al petto e facendomi coraggio appena il buio prendeva spazio.
Così l’ultimo giorno mi sono disegnata un sorriso e ho detto Grazie al posto di una miriade di altre parole. Probabilmente non avrebbero addolcito il finale, ma andavano dette per rispetto, per stima, per chiudere con dolcezza una parentesi meravigliosa come solo pochi momenti della vita sanno essere.
Grazie per quello che mi è stato insegnato.
Grazie per la fiducia, la disponibilità, per aver creduto in me.
Grazie per avermi aiutata a crescere, a capire e capirmi un po’ di più.
Grazie per le risate, i momenti di serenità, quelli di grande pressione.
Grazie per aver sempre chiarito come stessero le cose. Senza mai chiedere un miglioramento, ma auspicandolo e incentivandolo con critiche e spiegazioni.
Grazie per aver riconosciuto i giusti meriti.
Grazie per avermi tirata via dalla solitudine e dal panico in cui stavo nuovamente precipitando.
Grazie per ogni singolo momento condiviso e per ogni piccola grande emozione.
E anche se non sarà lo stesso vino dell’ultima volta, brindo a voi.
A ciò che sento di aver capito, chiarito, scoperto, grazie a voi.
Alla fine, ché poi fine non è.

What a Wonderful World

Oggi il sole brilla indisturbato, sicuro di sé ha spazzato via le nuvole superstiti dei giorni scorsi. Lo vedo entrare spavaldo dalla finestra facendosi beffe delle tende bianche che invano cercano di scacciarlo via. Il calore riscuote tutto e mi sembra persino di vedere Heidegger prendere vita, ergersi dai fogli sparsi sul letto solo poche ore fa in un gesto di sconclusionato ottimismo.
Dalla strada, le note di What a Wonderful World soffiano lentamente sulle mie guance bianche, ridestandomi dal torpore. Poi, una voce profonda, leggera, le raggiunge, dipingendole di un rosa fresco, pieno di vita, che mi riporta col pensiero a te.
Dicono sia più semplice rinvangare il passato: come col vino, i ricordi, col tempo, migliorano. Mi vien da sorridere se penso che per noi non è mai stato così.
Lo sapevamo, l’abbiamo sempre saputo, che non saremmo mai più state felici in quel modo lì. Ingenuo, spensierato, pieno, sincero.
Sapevamo già e per questo ci tenevamo strette, in maniera forsennata, limpida, totale, ogni piccolo istante che la vita ci regalava.
Per questo ti tengo stretta, nel ricordo, nel presente, lasciandoti un posto nel futuro.
Anche se non sarà più lo stesso.
Queste nuove versioni di noi, i “nuovi modelli” del nostro essere, plasmati da nuovo dolore, nuove gioie, nuove paure sono tutti da “scoprire”.
Le notizie più tristi le tengo per me, accolgo la tua serenità ritrovata e ti schermo dal resto. Se te lo dicessi probabilmente la tua diventerebbe una felicità a metà e non potrei mai, dopo quanto hai passato.
Perciò mi stringo nel letto, di nuovo, ancora, sperando che tutto prenda una piega diversa, migliore. Eppure, in questa tenace costanza in cui il mio corpo s’impegna a costringermi qui, mi sembra persino di riconoscere un amore fedele e totale di cui nessun uomo, fin’ora, è stato così prodigo.
Quando la rabbia monta e mi vien da piangere, il tuo ricordo diventa emblema della resistenza. Non sono i miei passi a calpestare le strade sdrucciolevoli della città, ma i tuoi sicuri e veloci. Non sono i miei occhi ad accarezzare i palazzi della città, ma i tuoi scuri e profondi. Se m’impegno, e talvolta, lo sai, sono proprio brava nell’impegnarmi, riesco persino a metter su un discorso, verosimile, di supporto incondizionato e fiducioso come faresti tu. E per quanto sciocco o infantile possa sembrare, aiuta.
Aiuta a sperare nel domani, a sperare che nella notte qualcuno soffierà forte su di me scacciando il dolore e al mattino sarà come rinascere. E torneranno le lunghe passeggiate e gli scorci di città che ho imparato ad amare, e ci saranno nuovi tramonti, nuovi artisti di strada da ascoltare defilata e vergognosa come una bambina.
E come in un film adolescenziale ogni cosa tornerà magicamente a posto e la vita tornerà a sorridermi, prendendomi per mano.

Tutto quello che ho

Quanto siamo liberi di scegliere? Davvero è tutto nelle nostre mani oppure, in qualche modo, veniamo condizionati dagli impercettibili spifferi di vento che ci cullano durante il sonno?
Niente di complottistico o oscuro, semplicemente buon senso accompagnato da un pizzico di diffidenza nei confronti della vita.
A tre anni davvero ero convinta che la sveglia più bella del mondo fosse quella a forma di papera accompagnata da un “qua qua qua” fastidiosissimo? O semplicemente la scelta dell’altra, un simpatico gufo canterino, avrebbe significato darla vinta a mia madre?
Fino a che punto in noi c’è una spinta spontanea e naturale verso una possibilità piuttosto che un’altra? Fino a che punto siamo noi a decidere? E fino a che punto siamo noi a scoprire e alimentare le nostre inclinazioni?
Ad esempio, il mio approccio alla lettura è stato dei peggiori.
Odiavo l’italiano, odiavo l’alfabeto, odiavo i libri.
Mi sembravano tutti malefici ostacoli posti al di qua della mia vita oltre i quali c’era la mia terra, il mio passato, le mie amicizie da cui qualcuno si era divertito a portarmi via.
E poi c’era lei, la terribile strega maestra che sembrava disposta a tutto fuorché tendermi la mano. Allora non sapevo il perché o il per come, solo più tardi avrei imparato che non sono unicamente le colpe dei padri a ricadere sui figli, ma anche quelle delle madri, delle zie, dei cugini e via dicendo.
Eppure, a questo punto della mia vita, posso affermare con assoluta certezza di non poter vivere lontana dalle parole. Non posso, per quanto ci provi immancabilmente mi ritrovo con in mano un libro o davanti a un pc o a un foglio bianco, armata di penna e pensieri confusi.
Se la realtà non mi fosse apparsa da subito così estranea, ostile, cattiva, avrei davvero scelto di nascondere il naso dietro un libro per esplorare mondi fantastici e sconosciuti, o anch’io avrei scelto di non rinunciare ai giochi con gli amichetti, alle feste di compleanno, ai primi fidanzatini?
Se mi fossi sentita bella o accettata, avrei realmente trovato il tempo per riflettere e affacciarmi sul mondo da un punto di vista solitario e malinconico?
Se non mi fossi sentita sfidata da quella donna armata di penna, avrei davvero cominciato a scrivere mossa da indignazione e senso di giustizia?
Non lo so.
Però so che le parole sono sempre state con me.
Al contrario del resto, loro ci sono sempre state.
Non importa sotto quale forma o in quale libro, non mi hanno mai lasciata sola.
In una vita fatta di variabili ho voluto che loro diventassero certezza.
Le ho scelte, sì scelte, come scudo contro ogni paura e ogni tristezza.
Loro non hanno fatto altro che proteggermi e mi hanno dato la possibilità di imparare ad amarmi, ad amare, mi hanno insegnato a custodire i bei ricordi e a lasciarmi alle spalle quelli più brutti diventandone custodi discrete e sicure.
Mi abbracciano quando le mie mani tremano e credo di non potercela fare; ci sono come probabilmente nessun essere umano ci sarà mai per me. E se esiste un qualche tipo di amore su questa Terra, per me sono l’idea che più ci si avvicina.
Che ci si creda o no, io so che un giorno tutti questi libri, tutte queste parole, cambieranno il mondo e fioriranno tulipani rossi in tutti i giardini.

“Sono cose che succedono”

Sono talmente spaventata dalla morte che non riesco più a godere della vita.
Se prima non ci pensavo, adesso ogni accadimento o imprevisto mi riconduce col pensiero lì. La paura si insinua piano, lentamente e al momento opportuno agisce con una sferzata. Basta un soffio per ritornare la ragazzina raggomitolata in un angolo della stanza che chiede dove ha sbagliato a un gigante buono dal camice bianco.
“Sono cose che succedono, non è colpa di nessuno”.- adesso come allora, mi sembra una risposta inadeguata, incapace a calmare il cuore.
Non mi basta.
Cosa significa che le cose brutte accadono semplicemente perché devono accadere e che, a volte, troppe volte, ad esse non c’è soluzione?
Perché una risposta del genere appare a tutti normale invece di indignare, sollecitare a una diversa, più giusta visione delle cose?
A pochi passi dal 2020 ci esaltiamo per nuove scoperte astronomiche quando qui, sulla Terra, scivolano piano malattie e problemi irrisolti, ingiusti, atroci.
Che senso ha impegnarsi tanto a cercare nuovi pianeti adatti alla vita, se prima non si è in grado di garantire e tutelare la vita sulla Terra?
Le priorità sono sempre errate. La visione d’insieme offusca quella del particolare.
Non va bene nulla, arranchiamo semplicemente.
È tutto sbagliato, ma noi, ignari, continuiamo sulla stessa strada.

Per te

Forse la magia finisce nel momento in cui ci si rende conto che anche “quel lui” non ha niente di speciale:  a grandi linee, alla fin fine, è esattamente come tutti gli altri.
Né più, né meno.
Semplicemente ci ha impiegato più tempo a svelare la propria natura, quel becero comun denominatore di ciascun predecessore.
Come tutti gli altri.
E lo bolli implacabile in preda a un senso di rabbiosa sconfitta.
Poi però non ce la fai, cerchi di salvare il salvabile con i ma, i però che permette il caso specifico.
Il buono, rimarchi il buono, le piccole grandi attenzioni, i momenti, le sensazioni.
Lo fai perché senti di doverlo a te stessa, alle tue speranze, a quella fragile ragazzina che ti porti dentro.
Risalire alla sorgente è il solo modo per non smettere di sperare che forse un giorno, magari, chissà.
Probabilmente non ancora, forse mai.
Però devi, devi, per te.

Essere vivi, a quest’età, non serve a niente

La porta scorrevole del negozio lascia entrare un vento gelido che preannuncia una nevicata che da tempo tarda ad arrivare.
Il passo è cauto, carezzevole, proprio di chi odia disturbare.
La signora Italia mi raggiunge dietro il bancone, lentamente, esitando a ogni passo per la stanchezza e l’imbarazzo.
Vorrei dirle che va bene, che non sta facendo nulla di cui doversi vergognare. Sono anni ormai che l’accompagno con lo sguardo dall’ingresso fino a me.
Solo con lo sguardo sì, per delle insulse e sciocche regole aziendali. Regole che non c’entrano nulla con la quotidianità, con quella elegante signora settantenne che adesso strizza gli occhi venendomi incontro senza potermi riconoscere.
E allora bene, così sia.
Non mi posso muovere, ma so aspettare.
Non posso andarle incontro, ma so come accoglierla.
Lei procede piano muovendo le braccia esili verso di me, scusandosi con le mani prima che con la voce.
L’accolgo con un sorriso carico di tenerezza e comprensione.
“Mi scusi sa, mi serve della carne… potrebbe lei? Le dispiace? Io non vedo più ormai… non distinguo…e delle uova. Può? Potrebbe?…”- balbetta nascondendo il rossore dietro un vecchio scialle poggiato sulle spalle.
La rassicuro, chiamo Lorenzo affaccendato nel reparto a pochi passi dalla cassa.
Gli affido i compiti e lo osservo sparire dietro gli scaffali dei biscotti e delle merendine della colazione.
La signora Italia non la smette di scusarsi.
“Sono Silvana”- le dico, come ogni volta, sperando mi riconosca e si tranquillizzi.
Lei ripete il mio nome scavando nella memoria vanamente.
“Mi dispiace, mi dispiace. – balbetta- I figli sono sempre impegnati e i vecchi…i vecchi non muoiono più.”
“E non è meglio?”- le chiedo dolcemente, lasciando scivolare una mano sulla sua bianca e infreddolita.
“Eh signorina- mi sussurra all’orecchio- essere vivi, a quest’età, non serve a niente.”

Potrebbe fare di più

Tra i grandi crucci che mi perseguitano in certe circostanze della vita c’è quello di essermi esposta troppo. E, sebbene sia un concetto di per sé lineare, mi ritrovo a dover ammettere l’inconcepibile: mi sono esposta troppo, ma non abbastanza.
Probabilmente la colpa è di quelle migliaia di volte in cui la frase di rito per tutti, dalla prima elementare alla quinta superiore, è stata: “Brava è brava, ma potrebbe fare di più”.
E, oggi come allora, sento addosso il peso di questo giudizio, non riuscendo a capire se fosse meritato o immeritato e se, oggi, sia ancora attuale oppure no.
Quindi adesso, ancora e ancora, sono perseguitata dall’idea granitica di aver sbagliato approccio, di aver sbagliato modo, di essermi spinta forse anche abbastanza, ma nella direzione sbagliata.
Tentenno di nuovo, come sempre.
Una valanga di scuse e di paure mi piombano addosso e mi strozzano il respiro.
Non posso.
Non posso camminare nella luce del sole, sentirmi libera di essere me.
Non posso e se per un attimo, uno solo, penso di poter dare il ben servito al passato e agli strascichi, un vortice di nomi, urla, parole cattive mi risucchia e mi fa tremar le mani.
A un soffio. Un soffio di distanza sapendo che non potrò mai.
Come quella sera al cinema quando i nostri visi erano così vicini, così vicini che ho pensato “Non può non baciarmi, non può, è troppo vicino per lasciarmi qui così. Ti prego, fa che mi baci.”
E avrei voluto farlo io, ma non potevo, perché tutti quei film d’amore con cui mi hanno rovinato la vita mi hanno insegnato che deve essere lui a baciarti. E sebbene a queste cose non ci avessi mai creduto, ho iniziato dopo aver provato sulla mia pelle cosa succede a non rispettare quelle regole cinematografiche.
Ho baciato le labbra sbagliate per far tacere le urla, perché volevo solo che stesse zitto zitto e che fosse il tipo giusto, per una volta, una sola. Volevo solo funzionasse, ma non potevo immaginare sarebbe stato tutto così ingiusto e squallido.
Così quando c’è stato il tempo di baciare delle labbra vive nell’oscurità di un cinema sono rimasta in attesa, a scrutare i suoi occhi illuminati dalla luce dello schermo.
Mi dispiace, per il bacio che non c’è stato e avrei voluto.
Mi dispiace tanto, per tutto.

Finita

“E comunque per me è finita qui”- le aveva detto senza giri di parole né la parvenza di alcuna emozione.
Finita. Finita.
Dopo anni di strascichi, di rinunce, di lacrime.
Finita.
Come un tubetto di dentifricio spremuto fino all’ultima goccia improvvisamente vuoto e inutile destinato ad essere buttato nell’immondizia tra cotton fiocc usati e contenitori di cibi precotti.
“E adesso? Adesso, – si era detta- cosa si fa? Come funziona? Sono io quella che va via o sono io quella che resta? E la porta? Forse dovrei sbatterla e correre via.”
L’ennesima umiliazione.
Un peso, non era stata che una palla al piede anche per lui.
Il suo Luca dallo sguardo fiero e le braccia forti.
Luca che sapeva sempre cos’era meglio, cos’era giusto. Per se stesso e per lei.
Si era soltanto dovuta abbandonare a quelle braccia, il resto era stato deciso e portato avanti da lui. I regali di Natale ai parenti, i vestiti da trasferire nella nuova casa, gli album da disegno semivuoti imprigionati in uno scatolone e riposti in soffitta.
Era stato lui a sistemare ogni cosa, a indicarle la strada, o meglio, a trascinarsela dietro.
Come un bravo cadetto pian piano aveva imparato ad annuire, assecondare, rispondere Sissignore ad ogni ordine e richiesta.
Tutti quei sogni non erano state altre che illusioni, bugie per fannulloni e pigri senza voglia di lavorare.
E le era sembrato di non aver aspettato altro che qualcuno che le insegnasse a rigar dritto, senza perdersi in fantasie e sciocchezze futili.
Non ne aveva dubitato nemmeno per un istante, nemmeno mentre tra le lacrime lo  aveva guardato far volare i colori dalla finestra urlandole quanto stesse impiegando male il proprio tempo e le proprie energie.
Integratori, pillole su pillole: per la memoria, per ottimizzare l’energia, per superare lo stress, per dormire abbastanza.
Pasti regolari e sani, attività fisica costante.
Non era mai stata così in forma, così bella. Lui l’aveva resa migliore, le aveva dato l’occasione che a poche donne capita nella vita: essere la versione migliore di sé.
E adesso la stava lasciando.
Finita aveva detto.
Proprio così.
Finita.

Memoria e fiducia

Hai il passo leggero mentre mi scivoli accanto.
Attraversi i passanti aprendomi un varco tra la folla, poi ti giri e mi sorridi tendendomi la mano.
Mi affretto ad afferrarla ma si rivela inesistente, l’ennesima nuvola di ricordi che un passante ignaro soffia via.
Rincorro la tua ombra affrettando il passo, urtando qualche signora distratta e un po’ svampita.
Saresti dovuto restare e non perché lo volessi io (certo che lo volevo), ma perché me l’hai promesso tu.
E vorrei poterti odiare, detestare, dimenticare.
Il problema è che non potrei mai dopo tutto quello che ho provato per te.
Per le risate, le passeggiate, gli abbracci, le confidenze in riva al mare.
Per il modo in cui i tuoi occhi mi hanno guardata.
Nessuno mi aveva mai guardata così, nessuno saprà mai essere all’altezza di quello sguardo.
Quando qualcuno ti guarda in quel modo sei condannata a non poterti più accontentare.
E questa condanna è il dono più bello che mi potessi lasciare.
Non importa il dopo, l’imbarazzo, l’incrociarsi per strada e passarsi accanto come due sconosciuti.
Per me sarai sempre tu.