Frammenti di pensieri

Se

Non dobbiamo parlare per forza.
Non dobbiamo se non vuoi.
Possiamo starcene in silenzio spalmati sul pavimento trattenendo il fiato, almeno per un po’.
Possiamo far finta di essere un fiore o un albero che sotto queste piastrelle ha nascosto le proprie radici.
Chi lo dice che taciamo? Chi, chi si illude di averci visti fagocitare dall’oblio?
Quale sguardo potrebbe mai credere in una nostra resa? O che sia stato l’ennesimo colpo basso a farci accasciare qui?
Non una spinta o uno scivolone. Non un gesto goffo e distratto ci ha condannati qui.
Non siamo stati nemmeno noi, da sempre carcerieri di noi stessi.
Nessuna condanna, nessuna pena da scontare.
Solo la speranza di trovare quel pozzo d’acqua salata sotto la sabbia.
Come dannati, scavando con le mani e digrignando i denti per lo sforzo e per la rabbia.
Possiamo continuare, anche se adesso non c’è il sole e la rena fastidiosa si appiccica alla pelle mentre la pioggia frana le pareti del nostro appiglio.
Possiamo restare aggrappati qui, se lo vuoi.
E scavare. Continuare, ancora e ancora, astenendoci dalla paura legittima e umana di chiederci se ciò verso cui tendiamo le mani sia un nuovo appiglio o l’ennesima trappola.
E fare di ogni nostra angoscia una componente indispensabile per una perfetta catena di omini di carta.
Poi, magari, ogni giorno staccarne uno, guardarlo dritto negli occhi e gettarlo nel mare.

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