Storie a schegge

Gli “scordarelli”

Certe sere è più difficile. Scrolli la testa per scacciare un ricordo ma quello cade poco più giù, si posa sulle spalle e come una mosca fastidiosa continua a ronzarti nelle orecchie.
C’è chi memorizza date di compleanni, onomastici, anniversari di fidanzamento e matrimonio e chi, al contrario, di queste cose non ricorda proprio un bel niente. Forse perché le cose belle fanno meno male, dopo, se le getti da subito nel buco nero della dimenticanza. Però, quando si fa parte degli “scordarelli”, paradossalmente le date tristi le si ricorda tutte. S’inchiodano in una zona talmente esposta della mente che basta un breve sussulto per ritrovarsele al centro dei pensieri nei momenti più disparati e inopportuni.
Così può capitare che mentre qualcuno nel mondo festeggia l’inizio di un amore, da qualche altra parte c’è chi celebra l’anniversario di un addio. Non serve molto, niente fiori, cioccolatini, prenotazioni in ristoranti romantici, basta sedersi su una panchina vuota nel silenzio della notte e abbandonarsi a quel ronzio assordante, lasciarlo penetrare nel cuore e chiudere gli occhi.
Chissà perché la sensazione è che ci sia sempre più tenerezza, più amore, nell’addio che nella relazione in sé. Quel disperato tentativo di tenersi, di capirsi ancora, un’ultima volta e poi mai più.
Nel ricordo, quel momento ritorna vivido con tutti i suoi gesti impacciati, le parole non dette, gli sguardi scambiati di sottecchi nella speranza che uno dei due, in un impeto di generoso coraggio, riesca a cambiare le sorti di entrambi. Agli addii gli scordarelli si preparano per tutta la vita, continuamente, ma la verità è che nessuna preparazione, per quanto puntigliosa e attenta, saprà reggere l’urto con la realtà. Loro ci provano, si illudono, e da perfetti sciocchi scelgono di ricordare sempre le cose sbagliate. Mettono paletti in continuazione convinti che riuscire a non superare quel dato limite gli permetterà di uscirne indenni senza troppi problemi. Rinunciano a priori, perché così, poi, ricordarlo un giorno farà meno male.
“Suoneresti per me?”- la voce risuona attraverso gli anni, si posa sulle dita, su dei tasti che no, non sono per niente quelli bianchi e neri di un pianoforte.
La risposta si perde nell’idiozia di una difesa ribattezzata per anni come “politica della distanza”, funzionale, semplice, efficace, almeno fino a un secondo prima di schiantarsi contro quegli occhi e quelle mani.
Il pianoforte non ha suonato allora né nei mesi e negli anni successivi. Se ne sta ancora lì, speranzoso e muto, carezzevole e generoso nell’accogliere questa impacciata malinconia.
Da qualche parte Nick Cave canta Into my arms, la gente cammina distratta e indifferente, il freddo pizzica il viso e un ragazzo e una ragazza, distanti chilometri, ricordano l’anniversario del loro addio.

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