Storie a schegge

Strisce pedonali

Qualcuno ha detto che il dolore si supera solo attraversandolo.
Ho sempre immaginato che il dolore fosse quindi come un ingorgo di auto all’ora di punta e io, impalata, ferma sul ciglio della strada, che cerco il momento meno pericoloso per attraversare.
Allora provo a cercare le strisce pedonali, ma come in quegli incubi dove corri corri ma rimani sempre allo stesso punto, così nella mia testa le strisce non le trovo mai.
E quindi mi devo buttare nella mischia, racimolando coraggio e incoscienza.
Solo che non mi decido mai.
Forse per la paura di essere investita da quel flusso folle e rabbioso.
Forse per il timore di arrivare dall’altro lato e accorgermi che no, non è cambiato niente.
C’è un’altra strada da attraversare, un altro lato a cui arrivare.
“E allora cosa vuoi fare? Restare inchiodata nello stesso punto finché un testa coda non ti fa trovare faccia a faccia con una di quelle auto impazzite?”
Michele tira la cicca contro l’asfalto, per un po’ rimane a guardarla consumarsi e diventare sempre più piccola.
“Allora?”, stavolta mi guarda e nei suoi occhi seri brilla un guizzo d’impazienza. “Non si può mica aspettare per sempre, a volte va bene anche schiantarsi contro un parabrezza, magari te la cavi con qualche ossa rotta e riesci lo stesso ad arrivare dall’altro lato”.
Le auto sfrecciano veloci davanti a noi, sembra tutto così normale da avere l’impressione non sia mai successo niente.
“Avanti”, Michele mi afferra la mano e con un gesto repentino si slancia in avanti tirandomi dietro.
Sotto la pioggia, tra le macchine, i clacson assordanti del venerdì sera e gli insulti per aver attraversato col rosso.
Corriamo così, tra la pioggia fitta e il timore di esser troppo distanti per arrivare indenni dall’altro lato.
Chiudo gli occhi e per un istante, piccolo, preziosissimo istante, non sento altro che il calore di quella mano nella mia, il suo fiatone infreddolito da fumatore incallito, il mio da pulcino terrorizzato che ritorna a respirare.
Poi torna tutto, lo scroscio dell’acqua che ci inzuppa fin dentro le scarpe, il caos, i rumori della sera, la sua voce trionfante che urla: “Hai visto? E non ci siamo nemmeno rotti le ossa!”.
La mia mano però è ancora dentro la sua.
Respiro.
Riapro gli occhi, siamo dall’altro lato.

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