Frammenti di pensieri

Stridore

Tendiamo l’orecchio solo verso quello che riconosciamo.
Storie, canzoni, parole.
Un richiamo da un luogo remoto che unisce presente e passato, rispolverando ricordi nebulosi e lontani sedimentati da qualche parte nella mente e nel cuore.
Il resto, tutto il resto, ci resta estraneo, del tutto inaccessibile.
L’altro orecchio è proteso solo verso di noi, ad ascoltare la nostra vocina interiore che sciorina paturnie e sospira speranze.
Vorrei sentire la tua voce, ma non raggiunge il mio padiglione, si disperde nell’aria che ci divide.
Vorrei urlarti di parlare più forte, proporti di venirci incontro e trovarci a metà strada, ma nemmeno tu riesci a sentirmi.
Allora inanello parole scritte, sentendo l’inadeguatezza, il cigolio stridulo di un meccanismo inceppato che andrebbe oliato e curato per poter tornare a scivolare.
Vorrei spargere parole come coriandoli, far piovere colori, speranze, storie. Vederle magari posarsi su di te.
Se ci riuscissi, se ci riuscissi davvero, mi riconosceresti?

Storie a schegge

Strisce pedonali

Qualcuno ha detto che il dolore si supera solo attraversandolo.
Ho sempre immaginato che il dolore fosse quindi come un ingorgo di auto all’ora di punta e io, impalata, ferma sul ciglio della strada, che cerco il momento meno pericoloso per attraversare.
Allora provo a cercare le strisce pedonali, ma come in quegli incubi dove corri corri ma rimani sempre allo stesso punto, così nella mia testa le strisce non le trovo mai.
E quindi mi devo buttare nella mischia, racimolando coraggio e incoscienza.
Solo che non mi decido mai.
Forse per la paura di essere investita da quel flusso folle e rabbioso.
Forse per il timore di arrivare dall’altro lato e accorgermi che no, non è cambiato niente.
C’è un’altra strada da attraversare, un altro lato a cui arrivare.
“E allora cosa vuoi fare? Restare inchiodata nello stesso punto finché un testa coda non ti fa trovare faccia a faccia con una di quelle auto impazzite?”
Michele tira la cicca contro l’asfalto, per un po’ rimane a guardarla consumarsi e diventare sempre più piccola.
“Allora?”, stavolta mi guarda e nei suoi occhi seri brilla un guizzo d’impazienza. “Non si può mica aspettare per sempre, a volte va bene anche schiantarsi contro un parabrezza, magari te la cavi con qualche ossa rotta e riesci lo stesso ad arrivare dall’altro lato”.
Le auto sfrecciano veloci davanti a noi, sembra tutto così normale da avere l’impressione non sia mai successo niente.
“Avanti”, Michele mi afferra la mano e con un gesto repentino si slancia in avanti tirandomi dietro.
Sotto la pioggia, tra le macchine, i clacson assordanti del venerdì sera e gli insulti per aver attraversato col rosso.
Corriamo così, tra la pioggia fitta e il timore di esser troppo distanti per arrivare indenni dall’altro lato.
Chiudo gli occhi e per un istante, piccolo, preziosissimo istante, non sento altro che il calore di quella mano nella mia, il suo fiatone infreddolito da fumatore incallito, il mio da pulcino terrorizzato che ritorna a respirare.
Poi torna tutto, lo scroscio dell’acqua che ci inzuppa fin dentro le scarpe, il caos, i rumori della sera, la sua voce trionfante che urla: “Hai visto? E non ci siamo nemmeno rotti le ossa!”.
La mia mano però è ancora dentro la sua.
Respiro.
Riapro gli occhi, siamo dall’altro lato.

Storie a schegge

Le cose cambieranno?

“Secondo te, le cose cambieranno? Un giorno, dico…”- T. getta a terra il mozzicone di sigaretta e lo schiaccia con la punta delle scarpe. Poi, dopo averlo sfilacciato per bene mi rivolge lo sguardo in attesa di chissà quale oracolo o assoluzione.
Le indico il cestino come una nonna antipatica, lei scrolla le spalle e raccoglie la cicca con bonaria accondiscendenza. La osservo raggiungerlo con tre ampie falcate e intanto mi chiedo cosa risponderle.
“Allora?”, impaziente ritorna al mio fianco e con un saltello atletico prende posto sul muretto.
“Certo, cambia sempre tutto no?”.
“Ma tipo in bene? O in male?”, mi cerca con lo sguardo, ma io evito, lo spingo altrove.
“Hai gettato la sigaretta nel cestino, questo vuol dire che le cose possono sempre cambiare in bene”.
T. sorride e adesso sì che la guardo.
“Però non sono stata io”, mi dice dopo qualche minuto di silenzio.
“E chi?”, stavolta a cercarla sono io.
“Sei stata tu”.
“Ma se non ho neanche parlato”.
“Non serviva. Lo avevi già fatto in passato, ti è bastato guardarmi e ho rimediato”.
“Quindi sono una vecchia rompiballe?”, mentre glielo chiedo mi sento davvero così e in un lampo ripenso alla tipetta coscienziosa che al liceo faceva sempre la cosa giusta.
No, mento, sempre, non solo al liceo, sempre.
Niente assenze ingiustificate, niente scappatelle da scuola, niente entrata alla seconda ora.
Niente appuntamenti, niente ragazzi, niente pigiama party con le amiche.
Niente.
E a cosa è servito?
T. sembra captare l’ombra che scende sui miei occhi, si alza e mi si piazza davanti con tutta la sua fame di vita.
“Non sei una vecchia rompiballe. È che se ci sei te migliori il mondo”.
Vorrei sentire sulla pelle la forza di quelle parole, però mi accorgo che scivolano via senza posarsi lievi sul cuore.
Non ci credo più T., non ci credo più.

Frammenti di pensieri

Possibile?

Tentenno con le mani a un soffio dalla tastiera.
Accarezzo le lettere e vorrei, davvero, vorrei riuscire a rispondere a queste semplici domande.
Sono stata già abbondantemente ripresa e il mio senso di colpa continua ad allungarsi a macchia d’olio. Sono così sfinita e scoraggiata da non aver nemmeno la voglia di piangere.
Possibile?
“Devi solo dire chi sei, cosa sai fare, come puoi renderti utile, semplice no?”
Ci penso e mi sento ancora più stupida.
Perché non so rispondere a nessuna delle tre e mi sembra abbastanza assurdo.
Non so chi sono, ma posso dirti esattamente cosa provo, raccontarti con minuzia quello che sento.
Non ho mai capito questa mania di definirsi con un nome, un titolo, un’età. Non dicono niente di chi sei, sono dati destinati ad adagiarsi inutili sulla superficie.
Cosa so fare? Non saprei, una laurea davvero ti rende in grado di fare qualcosa concretamente, al di fuori dei libri, nella vita reale, tra affitti e bollette da pagare?
Mica puoi imbrodarti di elogi o definirti talento, e poi loro chiedono parametri oggettivi e io so che ciò che distingue me con i classici parametri non c’entra niente.
Come potrei essere utile a loro?
Non ho ancora capito come poter essere utile a me, alla mia vita in costante ristrutturazione. Figurati come potrei mai spiegare che “grande” acquisto potrei essere per loro.
So solo che esisto per le parole.
Sono nata dalle parole, quelle pronunciate con una promessa a fior di labbra quasi 30 anni fa, la stessa promessa che rinnovo ogni giorno scrivendole su un foglio.
Un semplice, sconsiderato atto d’amore.
Non ho niente di speciale, nessun titolo strabiliante, nessuna impresa eroica o conoscenza particolare.
Niente di tutto questo.
Solo le parole.
Sono parte di loro, fanno parte di me.

Frammenti di pensieri

Oggi è uno di quei giorni.
Ne sento il peso e fa un male cane.
È diverso rispetto al solito, mi manchi sempre, costantemente. Torni nei miei sogni, riscrivo il finale ancora e ancora come se il tempo non fosse mai passato. Come se tutto potesse realmente ancora cambiare.
Ma ci sono di questi giorni, dannazione, in cui l’assenza combacia col bisogno e mi sento sopraffare.
Vorrei un tuo consiglio, sapere cosa faresti tu, come ti comporteresti per risolvere la situazione nel migliore dei modi senza far male o ferire nessuno. Gli altri certo, ma soprattutto me stessa.
Ho sempre ammirato la tua capacità di gestire le situazioni, di scegliere i toni e i modi giusti per chiarire mantenendo comunque un clima di rispetto e limpidezza.
Cosa faresti tu? Come?
Cerco risposte nei consigli degli altri, ma nessuno mi soddisfa, nessuno mi sembra giusto, corretto rispetto a quelli che mi daresti tu.
Mi manchi.
Mi manchi e non so cosa fare.
Parlo con la tua foto appoggiata sul mobile aspettando una risposta che non arriverà mai.
Mi sento stupida, triste e anche un po’ pazza.
Fa male sempre, tanto, immensamente, ma oggi, oggi, ancora di più.