Fiori di pesco

Fame

In questi giorni mi è tornato in mente “Il libro dei perché” dimenticato da anni in uno degli scaffali della libreria dello studio.
Complici i recenti incontri online, le letture, le ore trascorse da sola a parlare tra me e me.
Ché poi quando lo faccio non parlo mai di “me me”, ma della me che si aspettano gli altri, che pretendono gli altri, che vogliono gli altri.
Della me me, come sono io, cosa voglio io, di cosa ho bisogno io, non parlo mai.
Non solo come se avesse meno valore, ma come fosse strettamente, troppo, dipendente da quell’altra, quella vista attraverso gli occhi degli altri.
Forse anche perché, messo sulla bilancia, quello che voglio io è più complesso da soddisfare rispetto le pretese e le speranze degli altri.

Mi proietto in grande e mi constato piccola, minuscola, impotente e inutile.

Ripensavo al Libro dei perché, dicevo, a quelle storie piene di disegni stupendi e colorati in cui famiglie di animali, cani, gatti, conigli, e chi più ne ha più ne metta, affrontavano i perché della crescita, quelle domande che a una certa età riteniamo banali ma che da piccoli promettono di svelarci le chiavi di lettura del mondo.

Perché? Perché?

Quell’inesauribile voglia di scoprire, esplorare, imparare. Trovar tasselli per costruire il proprio personalissimo puzzle. All’inizio incastrarli, guardando soddisfatti l’immagine nitida che comincia ad apparire, e poi, a un certo punto, tagliarli, limarli, trasformarli in un pezzo nuovo, non combaciante, imperfetto ma giusto per l’immagine che vorremmo vedere noi.

Guardo i pezzi del mio personalissimo puzzle e per quanto non scorga ancora neanche un contorno nitido, riconoscibile, continuo fiduciosa a raccogliere e cesellare.

Perché? Perché fai quel che fai così e non in un altro modo?
Perché?

Mentre stamattina mi rigiravo nel letto, in sottofondo bisbigliavano le voci indistinte di una sit com messa lì a caso a farmi compagnia, per sentirmi meno sola, meno “così”.
Volevo recuperare il sonno, crogiolarmi ancora un po’ nella tranquilla piattezza di una domenica uggiosa di un periodo che sembra non finire mai.

Perché hai iniziato a scrivere?

La domanda è rimbalzata tra le pareti del monolocale, e un po’ mi sono stupita di quanto impetuosamente si fosse gettata fuori l’eco nella mia testa. Forse anche lei non ce la faceva più a starsene imprigionata lì, in un caos di parole ed emozioni inespresse.

Per essere ascoltata, ho risposto al comodino al mio fianco.

Già. Io che non lo sono stata mai. Neanche da me stessa.

Essere la più piccola significa non essere presa in considerazione, essere sempre l’ultima ad avere informazioni e l’ultima ad avere la parola, quando le luci sono già spente e sta calando il sipario.
A nessuno importa quello che vuoi dire e inizi a convincerti che abbiano ragione loro, che quello che diresti tu non sarebbe mai così importante o all’altezza di quello che hanno già detto gli altri. E allora impari a tacere, a sminuire le parole che vorresti dire.

Ti affidi a quelle degli altri, ne hai fame e questa fame non si placa mai.
Se non posso parlare, lasciami ascoltare.
Parla, ancora, ancora, racconta te, il mondo, me.

Solo che le persone non possono mica parlare sempre, ma se tu hai ancora fame devi trovare una soluzione, sopratutto se sei timida, schiva e sola.

Ecco che scopri i libri.
Sono tantissimi, di un numero così grande, che ti convinci da subito riusciranno a bastarti per tutta la vita.
“Li divori”. Questa metafora ti segue negli anni e ti chiedi “perché” abbia tutto a che fare con il cibo, con quel brontolio implacabile che no, non è solo dello stomaco.
Solo che a un certo punto scopri che per quanto alcune fonti possano essere inesauribili, a te non bastano mica. Vuoi qualcosa in più. Lo vuoi perché ti strugge star sempre lì ad ascoltare, annuire, sorridere senza poter mai essere tu quella ascoltata.

E allora un po’ ci provi e all’inizio provi infantile stupore nel notare quanto fossi poca fiduciosa, quante persone siano disposte a dedicarti del tempo per lasciarti libera di sguinzagliare racconti, emozioni, paure e sogni.
Giusto il tempo di tornare presente a te stessa e coglierli disattenti, annoiati, con lo sguardo e la mente persi altrove.

Non ha senso. Le parole volano per la stanza e nessuna mano che provi ad acciuffarle e riportarle giù.

Nessuna mano tranne la tua.
Che le raccoglie sfinite per il tanto vagare e le appoggia su un foglio bianco.

E non importa più che gli altri ascoltino, che diano una pacca sulla spalla o ti rivolgano un sorriso di cortesia. Loro sono già state accolte, hanno trovato il loro spazio, apparentemente angusto ma in verità immenso, così immenso da lasciarle libere di muoversi, far le capriole, fermarsi e tornare indietro.

Talmente immenso da poter accogliere anche te che piccola che non sei più, ma che puoi scivolare tra virgole e spazi bianchi, ridere e sentirti a casa.

Fiori di pesco

Alibi

Sono le due del mattino, dal lucernario la luna piena entra prepotente in tutta la sua luce.
Timida timida luna che di timido non hai proprio un bel niente.
Come ti spengo? Come posso chiudere gli occhi e fare finta di nulla?
Sono stanca, ma non posso dormire. Nella mia testa sfrecciano i tuoi occhi mentre le tue mani palleggiano con i miei pensieri.
Vorrei baciarti, sentire il sapore delle tue labbra misto a quello di fumo e birra.
Impigliarmi in quel fastidioso piercing al centro del tuo labbro e ridere al pensiero di essere finita in trappola, letteralmente.
Vorrei poterti ascoltare, nervoso e scazzato, mentre ti guardi intorno indispettito dal vociare della gente.
Mi frullano nel cuore frasi smozzicate, dettagli sparsi, sguardi che significano tutto e niente.
Iniziano a sbiadire mentre butto all’aria l’ennesimo traguardo per il puro gusto di vedermi fallire.
Se solo io…
Se solo tu.
Sono un disastro, altroché l’emblema della perfezione.
Non lo sono nemmeno nella mia fervida immaginazione. Ogni mattina faccio l’appello dei miei difetti e ogni giorno che passa ne conto uno in più.
Vedi? Siamo più simili di quanto tu possa immaginare.
Che spreco non esserselo detti. Ci saremmo capiti e forse, magari, anche piaciuti. Amati.
Sono rimasta intrappolata in questo dannato buco nero di tempi al condizionale, mentre l’unico tempo di cui ho bisogno è il presente con dentro te con tutte le menate, la rabbia e il dolore.
Cosa farei se non avessi paura?
Me lo chiedo mentre smarrisco la strada per l’ennesima volta e mi ripeto che devo smetterla di odiarmi così. Non ha più senso, è pura retorica, un alibi da utilizzare per rivestire di un’allure romantica la paura di farcela e cambiare davvero.
Basta basta provare.
Adesso ci devo riuscire.

Fiori di pesco

Messaggio in bottiglia

Scrivere è sempre un atto di fede.
Nei confronti delle parole e dei loro destinatari.
Chiunque abbia cercato di raccontare la realtà in tutta la sua tragicomica completezza ha dovuto inevitabilmente capire e accettare di essere lì lì per lanciare un messaggio in bottiglia nella vastità spropositata dell’oceano.
Eppure, se non ci fosse stato quell’atto incosciente, spregiudicato e folle moltissimi libri non sarebbero mai stati scritti e adesso non si troverebbero negli scaffali delle librerie. nostre o altrui.
Una goccia, un’insignificante goccia, che però può cambiare il peso dell’oceano. Ci pensi?
Non importa quanto vento la sposterà tra le onde o quanto sale ne sbiadirà l’etichetta, quella bottiglia arriverà a chi deve arrivare, al momento giusto, con le sue parole e la vita che ha il compito di abbracciare. Attraverso lo spazio, il tempo e qualsiasi dimensione possibile e immaginabile.
Il più delle volte non c’è riconoscimento, non c’è quella gratificazione immediata che vorremmo e quasi pretendiamo perché “stiamo facendo qualcosa di importante per gli altri” e per questo come minimo ci aspetteremmo una pacca sulla spalla, un applauso magari, ancora meglio un grazie. Ci sembra il minimo, in fondo lo meritiamo, abbiamo impiegato tempo, energie, ore della nostra vita per “aprire gli occhi agli altri”.
E tutto quello che riceviamo è il niente.
Niente.
Nemmeno la balla di fieno che rotola in mezzo alla strada deserta come in un qualsiasi film western che si rispetti.
Niente.
Tutt’al più vediamo qualcuno alzar le spalle, sorridere senza capire, e allora ci incazziamo. Inutilmente. Perché la verità è che nessuno ce l’aveva chiesto. Abbiamo fatto tutto noi, magari spinti da un numero abbastanza elevato di buone intenzioni da pareggiare il numero di quelle relative al nostro ego e al nostro bisogno di sentirci utili, indispensabili, lucidi in un mondo allo sbaraglio. Perché nessuno sembra rendersene conto, ma “noi, invece, vediamo esattamente le cose come stanno, siamo le teste pensanti che si scontrano contro il sistema vigente, contro le generalizzazioni e gli atteggiamenti stupidamente umani dell’uomo medio”.
Perché “noi abbiamo studiato, siamo ironici, siamo consapevoli, brillanti, sicuri della validità del nostro punto di vista”. Perché “noi sappiamo e gli altri, tutti, sono solo una mandria di pecore, stupide e ingrate”.
Non capiscono, trascorrono buona parte della loro vita a pensare a cose insignificanti e banali, mentre Trump ordina in maniera del tutto autonoma omicidi in grado di aprire la strada a una terza guerra mondiale e Greta Thunberg cerca di sensibilizzare il mondo sulla disastrosa condizione climatica parlando alle folle come un piccolo messia.
Allora è tutto inutile, è tempo sprecato, follia, stupidità. Nessuno merita il nostro impegno, la nostra insulsa presunzione di contribuire a una visione d’insieme più nitida e organica.
Meglio mollare la presa e lasciare che qualcun altro, ottimisticamente più stupido di noi, provi a fare quello che è chiaramente inutile e logorante.
Che senso ha impegnarsi per qualcosa o qualcuno che potrebbe non essere raggiunto mai dalle nostre parole? Nessun senso.
Nessuno.
Noi ambiamo all’immediato, all’adesso, al tutto e subito.
Vogliamo parlare di cose grandi perché il mondo è fatto di cose grandi e le minuzie sono per gli uomini sciocchi, ignoranti, incapaci di guardare più in là del loro naso. Perché disprezziamo la gente e sempre più spesso fatichiamo ad ascoltare i loro pensieri, i loro sogni. Cosa vuoi che siano a dispetto delle cose serie del mondo?
Adesso dimmi, ti riconosci? Sinceramente, perché è col cuore in mano e le lacrime in bilico sulle ciglia che te lo chiedo.
Anche solo in parte, magari non del tutto perché sono stata troppo severa, impulsiva, cattiva.
Lo so, è sempre stato questo il problema con te.
Non ho risposte alle tue domande, anzi ogni volta ti sommergo con le mie.
Non ho soluzioni e non te ne chiedo perché non funzionerebbero e non sarebbero abbastanza, esattamente come me.
Vedi? Avevi ragione anche su questo, siamo tutti egoriferiti, che persone stupide e superficiali che siamo.
Eppure, se non partissimo da noi, dalla nostra storia, dalle nostre esperienze, come faremmo a capire gli altri? A metterci nei panni altrui? A soffermarci sui piccoli insignificanti avvenimenti che trovano riscontro o anche solo semplice comprensione proprio perché condivisi?
Se non racconto la mia storia, perché tu dovresti raccontarmi la tua?
Uno racconta e l’altro ascolta, poi ci si abbraccia e ci si dà il cambio.
È uno scambio ad armi pari, un piano d’incontro dove ciascuno trema al pensiero di tutte queste situazioni grandi intorno, ma in cui vi è la chiara consapevolezza della disperata utilità delle minuzie, dei particolari che non cambiano in maniera marcata il mondo, ma che lo determinano in maniera sottile e profonda.
Abbiamo bisogno di raccontarci, di ascoltare, di capire il circostante a partire proprio dalle cose più sciocche o insignificanti della nostra vita o di quella degli altri.
C’è bisogno di persone completamente pazze da non volere niente, assolutamente niente in cambio per quello che fanno. Ed è questo il vero coraggio, la ragione delle ragioni, il senso che si può scegliere di dare alla propria vita. Probabilmente non ci sarà un grazie e nemmeno quella tanto agognata pacca sulla spalla, con grande probabilità ci sarà un’enorme e costante incazzatura, si oscillerà nel fastidioso e umano desiderio di lavarsene le mani, di lasciare ad altri un fardello così pesante, ci sarà disprezzo per gli altri e biasimo e presunzione nei confronti di noi stessi.
Perché il rischio di innalzarsi su un podio sarà sempre lì, dietro l’angolo, ad aspettare di vederci surclassare dalla stanchezza e dalla rassegnazione.
Si sbanderà, tante, tantissime volte, e ci si chiederà sempre di più se ne vale la pena, se ne siamo all’altezza, se serve veramente a qualcuno o se stiamo sprecando la nostra vita dietro la ragione sbagliata.
Pagheremo un prezzo altissimo e saremo soli talmente tante volte da maledirci ogni sacrosanto giorno per le nostre pessime decisioni.
Ci sembrerà d’impazzire (adesso, capisci?) e non avremo niente tra le mani.
Adesso, adesso, respira e chiediti se sei disposto a tutto questo.
Lo capisco, ti capisco e non posso biasimarti.
Prenditi del tempo.
Hai tutto il tempo del mondo, ma se alla fine senti nel profondo del cuore che per quanto tu possa volere una vita più facile, più lineare, saresti disposto anche a impazzire pur di portare fino in fondo un’idea così assurda e cristallina, allora non dubitare più. Di te stesso, di quel che fai, del mondo consapevole e migliore che vorresti tu.
Non spettano a noi le grandi rivelazioni in grado di salvare l’umanità, noi abbiamo la responsabilità di tenere duro e fare del nostro meglio sempre, nella misura maggiore in cui riusciamo, nei tempi e nei modi migliori possibili.
Ovunque tu sia, qualsiasi decisione prenderai, spero il mio abbraccio riesca a raggiungerti e farti sorridere.

Fiori di pesco

Cuori all’antica

Questo periodo dell’anno per me è sempre una sorta di tortura a fuoco lento che inizia con il clima natalizio tra luci e suppellettili varie e culmina con dei giorni serrati da passare a stretto contatto con parenti stracuriosi e asfissianti. A questo giro mi tocca anche un matrimonio e nonostante le mie più crude rimostranze a quanto pare la buona creanza non mi permette di esentarmi da questa ennesima punizione dei cieli.
Non mi va, sono stanca, voglio stare sola.
A volte vorrei che i cinque anni emotivi che ho fossero cinque anche sulla carta, giusto per poter sbattere i piedi a terra e urlare a tutta voce che non sono d’accordo. Che non ce la faccio.
Cammino per le strade tenendo per mano la mia malinconia, ci vedo riflesse nello specchio di qualche vetrina, a me scappa una lacrima e lei si affretta ad asciugarla col polsino della camicia.
Metto in discussione tutto, tutti, persino me stessa. Mi chiedo se non stia sbagliando di nuovo, ancora. Cos’ho che non va? Perché non riesco ad appoggiarmi a qualcuno? Non chissà quanto, giusto il tempo di riprendere fiato, regolarizzare il respiro, convincermi di non essere sola. Eppure la risposta mi sembra talmente semplice da rasentare la banalità.
Vi vedo. Vedo come la maggior parte della gente riesca a sostituire il “grande amore” con un “grande grande amore” dopo appena un paio di giorni. Non c’è pazienza, non c’è empatia, comprensione.
Nessuno s’impegna per nessuno, tutti vogliono un campo già fiorito, nessuno al giorno d’oggi sprecherebbe il proprio tempo per coltivarne uno, curarlo, innaffiarlo, proteggerlo dal troppo sole e dalla troppa pioggia. Non c’è alcuna garanzia di successo, è soltanto un inutile spreco di tempo ed energie. Siamo nell’era dell’ottimizzazione dei tempi.
Eppure, quanto varrebbe vedere sbocciare quei fiori davanti ai propri occhi increduli e appassionati?
Stavolta mi tiro fuori io, no, non c’entro con questo.
Sono un cuore all’antica. O, forse, semplicemente, ci metto troppo a superare la fine di qualcosa. Non settimane, non mesi, ma anni.
Non ricordo di aver mai fatto con uomini diversi le stesse cose, ho cambiato luoghi, ristoranti, “tradizioni”, ripetere qualcosa già vissuto mi avrebbe dato l’impressione di sporcare un bel ricordo, di mancare di rispetto al sentimento che avevo provato con chi c’era stato prima. Non ho mai usato lo stesso repertorio di parole o frasi fatte come spesso fanno tanti, ma anche avessi voluto, non ci sarei riuscita. Persone diverse presuppongono slanci diversi, chiamano parole, immagini nuove.
E poi c’è tutto il resto, la mia vita incasinata, i miei mille difetti, l’atemporalità di un sentimento e di una parola in via d’estinzione.
Ti attraggo, ti avvicini, mi annusi, mi sfiori la pelle, ma appena ti mostro il fianco e la tua sete di mistero ti sembra appagata, vai oltre, verso il prossimo gioco.
A volte credo che la maggior parte di voi non cerchi l’amore, ma misteri da svelare.
Eppure non posso biasimarvi, se potessi nemmeno io mi infilerei in questo grande casino che è la mia vita. Perché lancio segnali contrastanti, confondo, ti voglio vicino ma poi mi comporto come se ti volessi allontanare. Mi piaci ma mantengo le distanze.
Cosa succederebbe se mi fidassi di te al punto di spiegarti persino il perché di questo folle atteggiamento? Probabilmente ti diresti “Ma chi me lo fa fare”. Comprensibile, lecito.
Allora non te lo dico, perché l’amore è egoista e io voglio egoisticamente averti al mio fianco, però non posso averti sul serio, senza riserve, senza omettere stralci di vita. Li ometto e non mi comprendi, senti nell’aria qualcosa che non quadra.
Ti spazientisci e passi oltre.
Passi oltre.
Sei fortunato, tu puoi.
A me tocca restare, coltivare questo giardino.

Fiori di pesco

Autocontrollo

Delle volte ho la sgradevole sensazione che l’ombra del passato non mi abbandonerà mai. Anche tra 60 anni continuerà a seguirmi beffarda mantenendo una distanza di pochi passi, illudendomi talvolta di essere sparita, ma pronta a palesarsi al primo accenno di fragilità.
È questa la sola e unica ragione per cui mi affanno tanto a mantenere un controllo così serrato e inflessibile sulla vita, sui rapporti, sulle parole che dico. M’impegno a disciplinare la mia natura istintiva, forzandola oltre ogni misura, e dopo mi consolo ricordandomi quanto questo sia necessario a proteggermi e a proteggere chi amo.
Ho imparato a organizzare testa e cuore per compartimenti stagni, cose brutte e cose belle, vita lì e vita qui, amici di quel mondo lì e amici di quell’altro mondo là, attenta a far incrociare universi opposti il meno possibile. E, nel peggiore dei casi, attenta a monitorare ogni scontro frontale che non riesco a evitare.
Mi metto nel mezzo, col mio corpo incasso gli urti, sono lo stato cuscinetto della mia intera esistenza. Le conseguenze arrivano sempre, non subito, ci vuole tempo prima che i lividi compaiano sulla pelle. Quando li vedo ci passo una mano sopra sperando che quella carezza possa velocizzare i tempi di guarigione. Illudendomi l’amore che provo per me stessa possa bastare a guarire le ferite.
Provo disprezzo e rabbia e dolore per una storia che non vuole lasciarmi andare. Per quanto mi allontani, frapponga chilometri e vita tra me e tutto quello che è successo, continua a raggiungermi, a farsi beffe di me, della mia illusione per la giustizia, della mia fiducia nell’amore tra esseri umani.
Continuano a tornarmi alla mente quelle parole lontane e mi ci aggrappo come un naufrago sopravvissuto alla disfatta della sua nave.
“Quello che ti è successo non è colpa tua”. Me lo ripeto, ci credo, ci spero, ma poi non riesco a capire il sadismo e la cattiveria di una storia che continua a tenermi legata a sé in maniera subdola, spregevole, crudele. Senza una vera ragione, tranne quella di causarmi ancora altro dolore.
Come fanno gli esseri umani a essere così cattivi? Così bugiardi? Così assetati di denaro, potere? Così irrispettosi nei confronti degli altri, vivi o morti che siano? Perché succedono cose del genere? Perché nessuno fa giustizia? Perché nessuno smette di avere paura?
La verità è che sono stanca e vorrei avere lo stesso sguardo di resa degli altri, poter dire “va bene tutto purché finisca”. E invece no, non ci riesco, voglio giustizia, voglio la pacificazione della mia anima al solo prezzo della verità. La serenità che mi è stata tolta non tornerà mai più, tutto quello che è successo continuerà a compromettere i miei rapporti umani, mi terrà sempre distante dalle persone che amo per paura di coinvolgerle, spaventarle, ma pretendo che sia riconosciuto il coraggio e la verità di una lotta che dura anni e che ha smascherato gli aspetti più degradanti, falsi, ingiusti della natura umana.
Ho bisogno che si sappia la verità, che sia fatta giustizia.
Ne ho bisogno perché arrendersi adesso significherebbe vanificare la limpidezza, il coraggio, l’ostinazione di mio padre che si è battuto folle come don Chisciotte contro i mulini a vento. Senza speranza rispetto un mondo corrotto e bugiardo, ma con il cuore gonfio di senso di giustizia e verità.
I valori che ho e questa dannata ostinazione sono la sua eredità, sono l’esempio su cui mi sono formata, sono la ragione ultima della mia vera essenza.
E stasera che sono ancora più stanca e arrabbiata del solito, mentre lo scrivo e ci penso, so con certezza che non sarò mai disposta ad arrendermi.
Se servirà continuerò a mantenere le distanze o addirittura a raddoppiarle pur di non coinvolgere chi amo, continuerò a evitare legami così da non aver nulla da perdere, così da non potermi nascondere dietro la classica scusa da “ho famiglia, vorrei ma non posso”, continuerò a scrivere e a raccontare la verità sempre, nella folle e disperata speranza che arrivi alle orecchie di qualcuno disposto ad ascoltarla e accoglierla.
Non importa se per gli altri sarò la ragazza misteriosa e sfuggente a cui sembra impossibile avvicinarsi, quella apparentemente snob che sicuramente se la tira, quella con una perenne patina di malinconia sugli occhi e nel cuore una felicità a metà senza chissà quale ragione. Sarò tutte le donne che vorranno vedere gli altri, mi nasconderò nel loro giudizio, nella loro illusione di definizione, sarò sola, mi sentirò demoralizzata e spaventata chissà quante altre volte, mi sentirò stanca ancora e ancora, ma alla fine, alla fine di tutto, ne sarà valsa la pena.

Se per vivere, o Libertà
chiedi come cibo la nostra carne
e per bere
vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime,
te li daremo.
Devi vivere.

Aléxandros Panagulis