Storie a schegge

Il domani

G. mi ascolta in silenzio dall’altro lato dello schermo.
Se ne sta seduto sul pavimento del corridoio, una mano tra i capelli arruffati e quel sorriso enigmatico che non capisci mai se sta per ridere o far le fusa.
“Ché poi mica lo so più se esiste ancora un domani”, annuncio scoraggiata sprofondando nel tessuto morbido della poltrona.
In sottofondo Ray Charles gira su un vecchio vinile e parla per noi.
“Ti va di raccontarmi una storia?”, chiede abbandonandosi alla parete alle sue spalle.
Di abitudini strane è pieno il mondo e la nostra rientra di buon grado nella categoria.
Prestami lo sguardo, avanti su, cos’è che raccontano i tuoi occhi?
Ho visto una donna, nel chiuso della sua sala, i capelli legati in una coda, la testa bassa a guardar le scarpe, il grembiule sporco di un sugo che non assaggerà nessuno. Sulle spalle sembra portare il dolore del mondo, torce le mani e cerca conforto nello sguardo dell’uomo che siede di fronte a lei.
Lui se ne sta diritto, fiero, incassa i destri della vita certo che non riusciranno a farlo indietreggiare, a portargli via quella porzione di realtà che è riuscito a costruire con sacrificio e passione.
Le posa una mano sulle sue inquiete, sussurra qualcosa e subito dopo la invita a ballare con un inchino goffo e traballante. Lei ride, accetta, e volteggia tra le sue braccia nella sala vuota, tra tavolini e sedie abbandonate. La vetrata li rivela al mondo, ai passanti distratti e guardinghi che percorrono la strada a passo svelto desiderosi di tornare al sicuro nelle proprie case.
Non li nota nessuno e nemmeno per loro in quei minuti il resto esiste più.
È tutto lì e non potrebbe essere altrimenti.
“Vedi?!”, il suo sguardo si trasforma in carezza, sorvola i chilometri e si posa leggero sulla guancia.
Non è mai solo presente, le storie nascono negli occhi ed è sempre lì che si nasconde anche il domani.

Frammenti di pensieri

Germogli

Fuori dalla finestra dei ragazzi suonano i tamburi seguendo un ritmo primordiale.
Incalzante come la vita che non accenna a fermarsi a dispetto di tutto.
Sfacciato come il senso di sfida che li ha portati qui, in quattro, a suonare in una città silenziosa e stanca.
Li guardo con il cuore gonfio di malinconia, smarrita come la domanda che mi è sfuggita dalle labbra qualche minuto fa.
E adesso?
Che si fa? Che farò?
Si va incontro alla vita, perché lei è più forte di tutto.
Delle nostre paure, delle sconfitte, del dolore, della parola fine.
Me lo dice quella musica, il ricordo di un abbraccio ancora impresso sul cuore.
Finalmente una risposta, una a miliardi di domande.
Conoscerla però non impedisce alle mie lacrime di rotolare giù fino a schiantarsi sul pavimento freddo.
A ogni goccia le mattonelle perdono forma, sfocano, diventano altro.
Al loro posto un terreno bruno apparentemente spoglio, ma su cui, a guardare meglio, si notano macchie di un verde brillante, promesse di un nuovo germoglio, di un futuro che verrà.

Storie a schegge

Di mare e di conchiglie

È stancante cercare di essere sempre sul pezzo.
Essere sempre aggiornati su tutto, mostrare di sapere bene cosa succede qui, là e altrove, ritagliarsi il tempo di approfondire, cercare le fonti, confrontarle, farsi un’idea.
È sfiancante, lo capisco.
Qualcosa resta inevitabilmente fuori: il più delle volte si scivola sulla superficie senza avere il tempo di tuffarsi in profondità. Anche perché, a conti fatti, non ha senso cercare conchiglie negli abissi quando le puoi trovare comodamente sulla spiaggia portate dalla risacca.
La gente camminando sulla battigia si china a raccogliere quelle dalla forma più accattivante e le porta con meraviglia all’orecchio pronta a lasciarsene ammaliare.
Ascolta distrattamente lo sciabordio delle onde mentre aguzza la vista in cerca di un’altra conchiglia, ancora più bella, ancora più grande. Poi, una volta concluso questo rituale fanciullesco, ripone il tutto nel secchiello sporco di sabbia che porta tra le mani.
Accumula e dimentica, alimentando una collezione sterminata da mostrare sul momento e da riporre poi nel dimenticatoio.
Leggenda narra che la giovane Piperita un giorno abbia deciso di mettere un punto a questa incresciosa situazione.
Dopo aver accompagnato i genitori alla solita passeggiata mattutina in riva al mare, aveva assistito, con tutta la sua curiosità di vispa quindicenne, al “rito”.
Al fascino iniziale per questa pratica condivisa da molti, era subito subentrato un sentimento contrastante che l’aveva spinta a chiedersi cosa avrebbe potuto ascoltare immergendosi direttamente nelle profondità del mare.
Un dubbio di tale entità andava indagato e il mistero doveva essere risolto.
Così un giorno, in preda a un coraggioso atto di ribellione, Piperita si era tuffata, incurante del freddo e delle onde grandi e minacciose.
Era scesa in profondità e aveva potuto osservare una tale vastità di conchiglie, ognuna particolarissima e bella a modo proprio, da capire quanto fosse valsa la pena, vederle lì, sentire l’acqua salata solleticarle le orecchie e cantarle una musica nuova.
“Con tutto il rispetto per le conchiglie – aveva confidato a Neva – non possono proprio competere con la profondità del mare.
“E adesso cosa farai? – aveva chiesto l’amica sul punto di riderle in faccia – Con tutti i problemi che ci sono, ti sembra normale parlar di conchiglie e di mare?”
Avvilita, Piperita l’aveva salutata con un nodo alla gola e la netta sensazione di essere una sciocca, come persona e come amica. Però, lasciando la stanza, girandosi per un’ultima occhiata, aveva notato con grande stupore una conchiglia sbucare dall’impolverato pavimento sotto il letto.
“E quella?” – aveva chiesto sorpresa.
Neva con un calcio si era affrettata a nascondere la prova: “Non è nulla, soltanto un vecchio giocattolo”.
Ondate di scuse le avevano allontanate: come dopo una burrasca si erano ritrovate naufraghe su isole diverse e lontanissime.
Leggenda narra che proprio quel giorno Piperita abbia preso la decisione che le avrebbe cambiato per sempre la vita.

Fiori di pesco

Fame

In questi giorni mi è tornato in mente “Il libro dei perché” dimenticato da anni in uno degli scaffali della libreria dello studio.
Complici i recenti incontri online, le letture, le ore trascorse da sola a parlare tra me e me.
Ché poi quando lo faccio non parlo mai di “me me”, ma della me che si aspettano gli altri, che pretendono gli altri, che vogliono gli altri.
Della me me, come sono io, cosa voglio io, di cosa ho bisogno io, non parlo mai.
Non solo come se avesse meno valore, ma come fosse strettamente, troppo, dipendente da quell’altra, quella vista attraverso gli occhi degli altri.
Forse anche perché, messo sulla bilancia, quello che voglio io è più complesso da soddisfare rispetto le pretese e le speranze degli altri.

Mi proietto in grande e mi constato piccola, minuscola, impotente e inutile.

Ripensavo al Libro dei perché, dicevo, a quelle storie piene di disegni stupendi e colorati in cui famiglie di animali, cani, gatti, conigli, e chi più ne ha più ne metta, affrontavano i perché della crescita, quelle domande che a una certa età riteniamo banali ma che da piccoli promettono di svelarci le chiavi di lettura del mondo.

Perché? Perché?

Quell’inesauribile voglia di scoprire, esplorare, imparare. Trovar tasselli per costruire il proprio personalissimo puzzle. All’inizio incastrarli, guardando soddisfatti l’immagine nitida che comincia ad apparire, e poi, a un certo punto, tagliarli, limarli, trasformarli in un pezzo nuovo, non combaciante, imperfetto ma giusto per l’immagine che vorremmo vedere noi.

Guardo i pezzi del mio personalissimo puzzle e per quanto non scorga ancora neanche un contorno nitido, riconoscibile, continuo fiduciosa a raccogliere e cesellare.

Perché? Perché fai quel che fai così e non in un altro modo?
Perché?

Mentre stamattina mi rigiravo nel letto, in sottofondo bisbigliavano le voci indistinte di una sit com messa lì a caso a farmi compagnia, per sentirmi meno sola, meno “così”.
Volevo recuperare il sonno, crogiolarmi ancora un po’ nella tranquilla piattezza di una domenica uggiosa di un periodo che sembra non finire mai.

Perché hai iniziato a scrivere?

La domanda è rimbalzata tra le pareti del monolocale, e un po’ mi sono stupita di quanto impetuosamente si fosse gettata fuori l’eco nella mia testa. Forse anche lei non ce la faceva più a starsene imprigionata lì, in un caos di parole ed emozioni inespresse.

Per essere ascoltata, ho risposto al comodino al mio fianco.

Già. Io che non lo sono stata mai. Neanche da me stessa.

Essere la più piccola significa non essere presa in considerazione, essere sempre l’ultima ad avere informazioni e l’ultima ad avere la parola, quando le luci sono già spente e sta calando il sipario.
A nessuno importa quello che vuoi dire e inizi a convincerti che abbiano ragione loro, che quello che diresti tu non sarebbe mai così importante o all’altezza di quello che hanno già detto gli altri. E allora impari a tacere, a sminuire le parole che vorresti dire.

Ti affidi a quelle degli altri, ne hai fame e questa fame non si placa mai.
Se non posso parlare, lasciami ascoltare.
Parla, ancora, ancora, racconta te, il mondo, me.

Solo che le persone non possono mica parlare sempre, ma se tu hai ancora fame devi trovare una soluzione, sopratutto se sei timida, schiva e sola.

Ecco che scopri i libri.
Sono tantissimi, di un numero così grande, che ti convinci da subito riusciranno a bastarti per tutta la vita.
“Li divori”. Questa metafora ti segue negli anni e ti chiedi “perché” abbia tutto a che fare con il cibo, con quel brontolio implacabile che no, non è solo dello stomaco.
Solo che a un certo punto scopri che per quanto alcune fonti possano essere inesauribili, a te non bastano mica. Vuoi qualcosa in più. Lo vuoi perché ti strugge star sempre lì ad ascoltare, annuire, sorridere senza poter mai essere tu quella ascoltata.

E allora un po’ ci provi e all’inizio provi infantile stupore nel notare quanto fossi poca fiduciosa, quante persone siano disposte a dedicarti del tempo per lasciarti libera di sguinzagliare racconti, emozioni, paure e sogni.
Giusto il tempo di tornare presente a te stessa e coglierli disattenti, annoiati, con lo sguardo e la mente persi altrove.

Non ha senso. Le parole volano per la stanza e nessuna mano che provi ad acciuffarle e riportarle giù.

Nessuna mano tranne la tua.
Che le raccoglie sfinite per il tanto vagare e le appoggia su un foglio bianco.

E non importa più che gli altri ascoltino, che diano una pacca sulla spalla o ti rivolgano un sorriso di cortesia. Loro sono già state accolte, hanno trovato il loro spazio, apparentemente angusto ma in verità immenso, così immenso da lasciarle libere di muoversi, far le capriole, fermarsi e tornare indietro.

Talmente immenso da poter accogliere anche te che piccola che non sei più, ma che puoi scivolare tra virgole e spazi bianchi, ridere e sentirti a casa.

Frammenti di pensieri

Quando parlate sento solo “bla bla bla”

Avete anche voi la sensazione di essere accerchiati da un insistente brusio?
Voci che si accavallano, opinioni e notizie gettate alla rinfusa come legna sul fuoco.
La fiamma divampa ma anziché illuminare il circondario occupa la visuale, il suo scoppiettio percorre vorticosamente il padiglione auricolare e scivola sempre più giù, fino a esplodere all’altezza del cuore.
Abbasso la manopola dei sensi e finalmente ricomincio a respirare.
Nel buio sotto le mie palpebre chiuse.
Nel silenzio improvviso della casa spenta.
Mi porto le mani sul petto, sento il cuore battere sotto le dita e, per la prima volta, mi sembra di non aver mai ascoltato suono più bello.